Kurt Vonnegut, Piano meccanico (Player Piano),1952

(di Paolo ARENA)

 

Indice:

La storia

L'opera

Sul testo e sul contesto

Letture

Letteratura di genere e filosofia avanzata

Attacco alla borghesia bianca americana

Cose da spogliatoio

 

La storia.

In un'America post-bellica non dissimile da quella degli anni cinquanta, il lavoro fisico umano è stato quasi interamente abolito in favore delle macchine lavoratrici.

Ciò è avvenuto per via della scarsità di manodopera durante l'ultima guerra che ha portato i tecnici e gli amministratori, depositari di un certo know-how, a progettare e mettere in opera una società via via sempre più automatizzata fino a rendere di fatto inutile l'operato fisico umano, estromettendo così gran parte della società dalla possibilità di essere attiva ed operosa.

I cittadini vengono vagliati da un sistema automatico di classificazione delle intelligenze, delle capacità e delle utilità gestito da un calcolatore “EPICAC”: se i test attitudinali segnalano scarsa predisposizione all'attività di tecnico o amministratore si viene relegati all'esercito, alla disoccupazione, ai “Relitti e Puzzoni”, sorta di sarcastica definizione per certe brigate di cittadini pubblicamente impiegati in lavori di alcuna utilità col solo scopo di sedarne le energie.

Paul Proteus è un dirigente degli impianti di Ilium, nello stato di New York; egli è il figlio del dottor Proteus, leggendario fautore di questa rivoluzione tecnologica.

 

Paul è sposato ad Anita, destinata all'inutilità ma nobilitata da un matrimonio vantaggioso, divenuta subito la tipica housewife americana arrampicatrice e manipolatrice: casa perfetta, amici perfetti, mondanità perfetta, molte decisioni prese al posto del marito.

Finnerty è un vecchio amico di Paul col quale ha esordito nella classe dirigente; è diventato un cosiddetto pezzo grosso e la sua intelligenza e le sue capacità gli fanno perdonare certi modi sopra le righe.

La città di Ilium è letteralmente segregata, divisa in due da un fiume: su una sponda i quartieri residenziali dei dirigenti e degli impianti di produzione, sull'altra quelli della gente comune, per lo più inoccupata, che si intrattiene al bar o celebra strane parate in strada.

La promozione di Paul è alle porte e la moglie Anita sta lavorando incessantemente per agevolarla: lo motiva, lo persuade, intrattiene i suoi superiori, studia gli avversari, pontifica un futuro di ricchezza e successo sociale; Finnerty invece comunica a Paul di essersi dimesso: questo ovviamente comporta l'esclusione da tutti i privilegi sociali legati allo status.

Paul comincia a comportarsi sempre più stranamente: influenzato dall'amico e da certe visite in un bar del quartiere dei subalterni, comincia domandarsi quanto il suo benessere costi alla società e quanto la meccanizzazione di tutto l'apparato produttivo e gestionale del paese abbia davvero giovato alla salute mentale e politica degli americani.

Queste distrazioni precipitano progressivamente Paul nell'incertezza e nel desidero di sapere se la vita non sia altro da ciò che vive ora: si interessa ad una fattoria tradizionale e la acquista con il progetto di portarvi la moglie per ricominciare una vita che sia più umana, laboriosa, faticosa ma appagante rispetto alla noia opulenta a cui sembra siano destinati.

Finnerty si mette nei guai e si associa con uno strano predicatore di strada, Lasher: egli vorrebbe essere una guida per la sua gente ma sente di mancare in carisma e talento; Finnerty potrebbe essere l'uomo giusto, ma questo lo rende automaticamente un pericoloso sospetto sabotatore.

I Sabotatori sono la grande minaccia di questa società, il sabotaggio il reato più temuto: qualcosa che arresti la produzione e l'efficienza, che interrompa il flusso programmato delle merci verso le destinazioni previste, che incrini la perfezione di una popolazione in realtà sempre più scontenta. Servizi minimi garantiti a tutti, libertà altamente controllata, svaghi, interferenze politiche: la società americana vive una sorta di capitalismo socializzato che ha sostituito al profitto l'efficienza e valuta qualunque aspetto della vita in base a tale parametro.

Questi sabotatori sembra si stiano organizzando, ma non si sa in che modo: in realtà sembra più una notizia data dalla propaganda nazionalista che martella il cittadino-lavoratore con incitamenti e slogan e celebrazioni del benessere.

Mentre Paul fa nuove esperienze di questo mondo vero (e nelle alte sfere informatissime si comincia a sospettare di lui) si avvicinano i giorni delle “Praterie”: una sorta di campo estivo dove giovani e vecchi dirigenti e aspiranti di tutto il paese si affiatano e si motivano a migliorare, con canti, giochi di gruppo, sport e naturalmente cantate e bevute; il tutto sarà celebrato dal leader dell'apparato statale di produzione e amministrazione.

Il piano di Paul è di imparare a vivere nella fattoria, portarci la moglie, licenziarsi, vivere una vita frugale e soddisfacente. Porta Anita in visita alla fattoria (causandole un certo disturbo date le sue tendenze programmatrici che non vedono bene una gita non programmata) e le espone l'idea; lei ne ha repulsione perché proviene dalla classe subalterna e non vuole tornarvi, e non ha altre capacità che sposarsi ad un dirigente.

Parallelamente tutta la storia seguiamo le vicende dello Scià di Brathpur, dignitario e guida religiosa di un lontano paese a cui viene spiegata la società americana, con effetti esilaranti: in un paese diviso tra schiavi ed aristocratici, il concetto di cittadino sembra estraneo, salvo poi vedere che vita fa questo cittadino, e tradurne il lemma sempre con “schiavo”. Uno dei suoi accompagnatori, Halyard, viene retrocesso lungo la storia per via di un vecchio problema universitario: egli è così espulso dal sistema dii privilegi e noi possiamo assistere a questo processo.

Arrivano i giorni delle Praterie e tutti gli appartenenti al sistema che hanno diritto ad accedervi sono entusiasti, a parte Paul. Egli è subito coinvolto suo malgrado nelle strane ritualità goliardiche dell'evento ed in seguito invitato ad una riunione col ministro Gelhorne, il leader di tutto l'apparato: si parlerà dell'imminente promozione di Paul all'impianto di Pittsburgh, per cui Anita lo ha preparato da lungo tempo.

Paul vuole approfittare del momento per licenziarsi. Durante la riunione però a Paul viene proposto un progetto ben diverso: egli dovrà fingersi licenziato ed essere accolto trai sabotatori per poterli infiltrare e denunciare. Paul si licenzia. Ma ai dirigenti non è chiaro che questo fatto non sia parte del loro piano, Paul si è licenziato davvero. I dirigenti nel frattempo avevano già fatto preparare la cacciata di Paul dall'isola dove si svolgono i giochi delle Praterie e diffuso la voce che egli fosse un sabotatore. Paul torna alla sua città in treno, non prima di aver scoperto che Anita lo tradisce col suo rivale professionale, meno capace ma più ambizioso, Sheperd.

Paul deve fare conoscenza della vita che prima desiderava vivere, ma quasi subito subisce un rapimento: i sabotatori, la Società della camicia stregata, lo vogliono come leader onorario del loro movimento e vogliono usarlo per innescare una rivoluzione che porti i cittadini a riprendersi il controllo sulle proprie vite usurpato dalle macchine. Anche loro hanno già messo in moto la cosa a nome di Paul, intendendo di fatto sacrificarlo: un dirigente importante che diventa un sabotatore è un'immagine messianica che farà loro molto comodo.

Sbaragliata dalla polizia la Società della camicia stregata, Paul viene arrestato: confrontandosi col suo capo e con la moglie, venuti a liberarlo dichiarando che egli è un infiltrato trai sabotatori, Paul rivela la sua vera volontà: combattere il sistema delle macchine e tornare ad una società più umana. Lo sta dichiarando poi anche al suo processo (meccanizzato, ovviamente) quando per le strade della città (ed in altre città americane) scoppia una sorta di rivoluzione: si devastano le macchine (anche quelle utili, in realtà) e si annientano i segni del progresso che avevano rovinato molte vite (ogni cittadino sembra avere un suo tecno-nemico prediletto, che evidentemente identifica con la propria rovina).

La rivoluzione ovviamente fallisce anche se ne restano certe vestigia; i capi dei sabotatori, Paul compreso, vengono arrestati, ma alla città di Ilium viene permesso di ricostruirsi da sé con il livello di tecnologia che preferisce, quasi fosse una sorta di esperimento.

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L'opera

Primo romanzo di Vonnegut, scritto in uno stile che non è ancora quello scomposto e contaminato delle opere successive. È un romanzo lineare, scritto in maniera chiara ed onesta, non didascalico, non predicatorio, mai volgare. Una certa musicalità “industrial” richiama vagamente le scene di automazione à la “Tempi Moderni”, come la sensazione di stritolamento tra gli ingranaggi. C'è molta ironia dentro e fuori il testo: anzi una vera e propria messa in ridicolo di questa parte della società americana autoproclamatasi dirigente. La classe subalterna è descritta con affetto ma senza risparmiare la critica ai suoi cedimenti a comportamenti deteriori, però sempre ricondotti al grande quadro delle varie umanità, tutte da rispettare come uguali e non da catalogare in base al valore; persone inutili forse ad una società efficiente, ma non per questo non degne di rispetto.

L'inserimento del punto di vista esterno dello Scià è utile a rappresentare come uno straniero possa percepire questo tipo di società, con tutti gli esilaranti effetti che questo “gioco etnoantropologico” comporta: concetti “lost in traslation”, incomprensioni, fatti di evidente stupidità che cozzano contro l'innocente curiosità naif dello straniero un po' primitivo. Quasi un monito: “così ci vedono gli altri, comportiamoci bene”.

Tra l'ironia filtra l'angoscia per lo stritolamento tra le maglie della burocrazia, l'accettazione mai delusa che l'umanità sia splendidamente incompleta e che non sia possibile alcuna società perfetta, meccanizzata, chiusa all'imprevisto, all'adattamento ed all'improvvisazione – l'improvvisazione come dote principale (anche se ora inibita) di questo essere umano (e americano) che trasforma l'ambiente che ha intorno e ne fa la sua casa, la sua fonte di sostentamento e poi però la sua gabbia e forse tomba.

Vonnegut non oltrepassa il confine del demenziale e del surrealismo sfrenato e dello stile ultra-confidenziale come farà in seguito, ma questo fa di Piano Meccanico un'opera oltre il genere: dentro l'onorata categoria delle distopie certo (a pari dignità con Bradbury, Orwell, col “Tallone di Ferro” di London) ma opera completa, non ghettizzabile nel recinto per secchioni della Fantascienza.

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Sul testo e sul contesto

Vonnegut è ancora in fase di passaggio tra la società produttiva americana (pubblicità, editoria) e le aspirazioni letterarie e sociali. È un romanzo che si colloca in piena era americana del boom, come ce l'ha mostrata la propaganda dei media: straordinari pagati, elettrodomestici a basso costo, seconda auto, televisore, cibo in scatola, grandi marche, lotta al comunismo, benzina economica, prato ben curato, cane, bambini biondi, latte e giornali consegnati a casa, gagliardetti del football in camera. La società industriale avanzata americana è a pieno regime e l'autore prova a supporne una destinazione futura, basandosi su ciò che sa dell'America di ieri, su ciò che vede attorno a se, su cosa ha letto e conosciuto (con la guerra, con gli studi di Antropologia, con quelli scientifici, con il lavoro nelle grandi imprese dell'energia). L'americano della tradizione è l'uomo che ha costruito il proprio paese con le proprie mani, pezzo per pezzo; pieno di contraddizioni: la terra dell'abbondanza e della libertà conquistata con un genocidio conclusosi neanche un secolo prima, la paladina della democrazia, ma militarizzata; la patria delle opportunità purché le si tolgano agli avversari.

L'America di questo romanzo è un paese ricco di una ricchezza dispari, dove i cittadini sono catalogati in base al loro valore per la società per mezzo di certi test attitudinali compiuti da macchine: quoziente intellettivo, abilità di vario tipo; fatto molto ispirato alla realtà del passato prossimo e del presente americani, in cui sembra che sbagliare certi test ancora in tenera età possa divenire un'ancora per tutto il futuro dell'individuo; un paese che al pari dei suoi avversari di oltrecortina ha compreso che l'immagazzinamento dei dati privati delle persone è una fonte di potere e quindi assegna direttamente anche un valore a questi dati, nel romanzo di Vonnegut, ed un prezzo, nella nostra realtà. Se si viene classificati come inservibili il paese si prende cura di te, certo, ma non ti mette a capo di niente, non ti affida responsabilità e ricchezze e lo fa perché non te le meriti, non sei capace, non è colpa tua: quasi un fatto fisiologico la disparità di classe in questa America non troppo fittizia, medico e quindi naturale, inopinabile – la stessa America che cerca nei geni e nella natura la causa dell'obesità, della tossicodipendenza, della violenza e delle cose più strane purché si deleghino ad una strana tecno-fede responsabilità che nessuno intende più assumersi. Uomini naturalmente portati al comando e uomini naturalmente portati a sottomettersi.

Da ciascuno secondo le proprie possibilità, ad ognuno in base ai propri bisogni: nel America sociocapitalista di “Piano Meccanico” questa frase viene portata alle conseguenze più omogenee da esseri umani che si limitano a consultare una sola grande macchina decidente che sa cosa è giusto per tutti, perché tutti sono modellati secondo tipi umani standard: intercambiabili, riproducibili, già assegnati al loro posto all'apparato produttivo. Questa macchina oggi c'è: è il centro nevralgico (seppure in forma di intelligenza diffusa) della produzione dell'entertainment mediatico americano, dove i ghost writers delle vite altrui decidono stagione per stagione il palinsensto delle vite degli uomini della società occidentale dei prossimi anni, lo produrranno sotto forma di serie televisive e poi venderanno i loro prodotti e quell'umanità formattata e desiderante che essi stessi hanno creato. L'azienda-sistema che va oltre il produrre prodotti e produce ormai direttamente anche il consumatore.

Vonnegut tende fino a spezzare i paradigmi di efficacia ed efficienza di certe scuole d'economia che contano i cittadini solo come disposti a comprare un bene che scenda di prezzo senza neanche chiedersi cosa sia e senza sapere che se scende il prezzo cala la produzione eccetera; tutto qui è in mano ad un solo pianificatore onnisciente, lo stato/capitale, ed il profitto corrisponde col suo travestimento in soddisfazione di un bisogno; eppure non c'è alcuna alcuna gioia in questi cittadini dai bisogni soddisfatti, ma con le mani in mano: per Vonnegut (e lo notava Tocqueville, e tale si considerava Franklin) il cittadino americano risolve col proprio lavoro i propri bisogni – o almeno è convinto di farlo perché mentre il bravo colono si spacca la schiena a caccia di pelli di scoiattolo c'è già chi sfrutta schiavi cinesi per costruire ferrovie su cui speculare chilometro per chilometro e chi con la borsa moltiplica esponenzialmente i propri profitti.

L'idea della meccanizzazione è interessante e tocca un tema caldissimo almeno nelle decadi cinquanta, sessanta e settanta: quanto manca a che le macchine sostituiscano completamente il lavoro umano? Tutto sembrava possibile e l'estetica mainstream attingeva a piene mani dalla peggiore fantascienza: le macchine avrebbero sollevato l'uomo dalla fatica fisica, basta comprarle; il cibo precotto e confezionato, le cose tutte uguali, tutte indistruttibili, infallibili; cosa resta da fare all'uomo se le macchine lavorano al posto suo? Qui interviene la fantascienza: in Star Trek l'uomo è quasi completamente liberato da qualunque lavoro fisico esso non intenda svolgere per propria soddisfazione e per questo si eleva verso le stelle; nella distopia rooseveltiana di Vonnegut ad esempio i “Relitti & Puzzoni” fanno umili lavori di manutenzione che sostanzialmente non sono altro che scavare buche e poi riempirle.

Ma c'era un'altra possibilità, probabilmente, una possibilità che forse Vonnegut intravede raccontando con rammarico che vennero distrutti anche macchinari che aveva un senso ci fossero (depuratori d'acqua eccetera): occorreva sì meccanizzare del tutto il lavoro manuale ma dopo averne socializzato i mezzi di produzione; vivere la meccanizzazione, per così dire, da sinistra.

Ma cosa è successo? Perché – nella realtà - queste macchine sempre più intelligenti e sempre più precise non hanno sostituito il lavoro manuale completamente? Può accadere come in Piano Meccanico, in cui a forza di rimanere inoperosi i cittadini decidano di ribellarsi, ma sappiamo come va a finire: i padroni hanno troppe armi e troppi mezzi e troppi servi perché possa esserci un rivolgimento violento della società, i padroni non lo temono.

La ricchezza ed il potere sono concetti relativi e relazionali, necessitano che qualcuno sia sottomesso necessitano che la loro supremazia sia riconosciuta da qualcuno come santa e giusta.

Nel caso “illuminato” del romanzo di Vonnegut la classe dominante si considera semplicemente fatta delle persone più capaci che ci siano, che si occupano di mandare avanti il paese poiché hanno le competenze giuste per farlo: una divisione in classi fisiologica, naturale – non c'è oppressore ed oppresso, padrone e servo: solo persone più capaci che decidono e persone meno capaci che servono mentre vengono accudite.

Nel caso peggiore mi viene da pensare che parte del piacere di essere potenti stia in un certo tasso di somministrazione del terrore tenendo l'umanità nella schiavitù e nella violenza; che ci sia qualcuno che con l'altrui sofferenza condisca il proprio pranzo del potere.

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Letture

È forse una lettura troppo europea e troppo ottocentesca considerare questa trattazione di Vonnegut come mancante di un culmine forte, di conseguenze che per alcuni di noi sono ovvie: egli crede in qualche modo nell'uomo americano ma senza illusioni, anzi egli desidera che anche quella statunitense sia inserita a pieno titolo tra le società imperfette, ingiuste e contraddittorie. Quello che evidenzia una sottile vena di idealismo nell'autore è questa fiducia che sia il lavoro a migliorare l'uomo; forse per come lo sottintende e lo idealizza, ma non di certo ricominciando a mandare le persone in fabbrica, dove invece è giusto che siano le macchine a lavorare; quasi, ed è opinione diffusa, che le persone non sappiano cosa farsene del proprio tempo se non costrette a vendere parte della propria giornata ad un padrone per il suo accumulo di profitto; penso che Vonnegut semplicemente si tenga lontano dai temi del genere e si occupi intanto di ciò che è alla portata di tutti: “lasciamo che gli uomini si mantengano con dignità e che si sentano parte di qualcosa”; in questo caso allora è un discorso provvisorio accettabile; e forse il suo pizzico di cinismo, il fatto che occorra tenere occupate le persone, è ragionevole ed è il mio idealismo a convincermi che l'uomo liberato del lavoro potrebbe evolversi a velocità esponenziale, spiccare davvero voli cosmici; ma questi schiavi liberati di Vonnegut bighellonano nel bar, sono dediti alle attività più strambe, sono in spasmodica attesa che qualcosa si rompa per ripararlo; sono solo io a pensare che senza la schiavitù del lavoro salariato la nostra vita potrebbe essere dedita alle passioni, alle arti, al conoscerci l'un l'altro, agli studi? È un'ipotesi così inattuale?

Altra questione che credo stia a cuore a Vonnegut è radicata proprio nella quantificazione meccanizzata delle qualità umane, meccanizzazione che necessita parametri stabili, necessita riduzione di attributi astratti dell'umanità a schede perforabili e computabili da un calcolatore; così come i proto-calcolatori IBM furono coinvolti nell'organizzazione del bestiame umano macellato dai nazisti; così come i post-calcolatori USAF oggi bombardano deresponsabilizzati i nemici della democrazia sparsi per il mondo.

L'America è una società di uomini come tutte le altre passate e presenti, gli uomini fanno del bene o fanno del male, il potere spinge l'uomo al male, l'uomo necessita di sentirsi facitore delle proprie fortune, la vita è troppo importante per essere lasciata in gestione alle macchine, occorre vivere a misura delle proprie braccia e della propria testa: questo sembra voler raccontare Vonnegut, senza essere un luddista: il progresso buono, le macchine utili, la scienza sono tappe fondamentali, conquiste dell'uomo che vanno coltivate, apprezzate, manipolate con cura, indirizzate continuamente dalla testa e dal cuore umani; la medicina che ci salva, la scienza che ci posiziona nell'universo, la tecnologia che prolunga i nostri sensi ed i nostri arti.

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Letteratura di genere e filosofia avanzata

Ad integrazione di quanto detto sull'attualità dei temi di Vonnegut e sul suo essere sempre al centro pulsante delle problematiche della società vorrei citare due brani della filosofia più avanzata degli stessi anni del romanzo (e del novecento), per ribadire il fatto che la buona cultura popolare della letteratura per così dire leggera possa affiancarsi con assoluta dignità alla riflessione scientifica ed integrarla da pari.

Sulla tecnologia e sul possesso delle competenze, tema ancora caldissimo oggi che si parla di codici informatici e brevetti di materiale biologico, Hannah Arendt scriveva nel 1958 (Vita Activa, La condizione umana, The human condition, 1958. 1964, 2009 RCS Libri S.p.a., Milano, pag. 3, “Prologo”): “Se la conoscenza (nel senso moderno di know-how, di competenza tecnica) si separasse irreparabilmente dal pensiero, allora diventeremmo esseri senza speranza, schiavi non tanto delle nostre macchine quanto della nostra competenza, creature prive di pensiero alla mercé di ogni dispositivo tecnicamente possibile, per quanto micidiale.”

Nel libro di Vonnegut molte macchine degli impianti produttivi hanno una memoria su nastro nella quale sono state inserite, filmate, le competenze del lavoratore che prima svolgeva quell'attività. Le strade del quartiere proletario sono piene di persone traboccanti capacità manuali che però non hanno più la possibilità di applicarsi nel fare le cose, nel trasformare la natura in società, nel riparare ciò che è guasto. Inoltre questa loro estromissione è considerata anche (visto che sono le macchine a decidere quali siano le capacità che contano) una inadeguatezza ad ogni altro tipo di attività. Essi, e la cosa ci stupisce ma la comprenderemo con la successiva citazione, non sanno cosa altro fare delle loro vite e del loro tempo.

Proseguendo nella lettura della Arendt troviamo le righe su cui la società (inclusa la politica) avrebbero dovuto riflettere negli ultimi decenni (pag. 4, “Prologo”): “Ancora più prossimo e forse altrettanto decisivo, è un altro evento non meno temibile, l'avvento dell'automazione, che in pochi decenni vuoterà probabilmente le fabbriche e libererà il genere umano dal suo più antico e più naturale fardello, il giogo del lavoro e la schiavitù della necessità. Anche qui, è in gioco un aspetto fondamentale della condizione umana, ma la ribellione contro di esso e il desiderio di essere liberati 'dalla fatica e dall'affanno' del lavoro non sono moderni ma vecchi come la storia che ci è stata tramandata. La libertà dal lavoro in se stessa non è nuova; un tempo era uno dei privilegi più radicati di pochi individui. E da questo punto di vista può sembrare che il progresso scientifico e l'evoluzione della tecnica siano stati impiegati solo per conseguire ciò che tutte le generazioni passate avevano sognato senza poterlo realizzare.

Tuttavia è così solo in apparenza. L'età moderna ha comportato anche una glorificazione teoretica del lavoro, e di fatto è sfociata in una trasformazione dell'intera società in una società di lavoro. La realizzazione del desiderio, però, come avviene nelle fiabe, giunge al momento in cui può essere solo una delusione. È una società di lavoratori quella che sta per essere liberata dalle pastoie del lavoro, ed è una società che non conosce più quelle attività superiori e più significative in nome delle quali tale libertà meriterebbe di essere conquistata.”.

E queste parole chiariscono anche i dubbi sopra esposti sul perché le persone non sappiano neanche più proiettarsi in una vita che non preveda il lavoro servile, non hanno altri svaghi ed altra aspirazione che arricchirsi e circondarsi di trastulli tecnologici che allevino la loro noia nel tempo in cui non lavorano ed in cui guardano i propri cari col terrore di non sapere più cosa dire loro. Questa società dei lavoratori che Vonnegut racconta e che è l'America di oggi: gli adolescenti messi a servire nei fast-food, i latinos a lavorare nei campi, gli adulti bianchi a fare i mister nine-till-five quando va loro bene o a desiderarlo negli anni di crisi. Sembra quasi che sia da rivedere tutta la cosiddetta etica del lavoro, soprattutto ora che vogliono convincerci che sia possibile, almeno nei programmi televisivi, intraprendere attività lavorative con passione, piacere e persino felicità. Ma in qualunque azienda degna di questo nome l'unica felicità possibile è quella di qualcuno così stordito e così ridotto all'ignoranza da non accorgersi che si sta consumando giorno per giorno e che la propria vita viene masticata dalle ganasce del sistema. Questo è ciò di cui si è accorto Finnerty nel libro, troppo tardi, è già impazzito forse e di cui si accorge Paul, appena in tempo per liberarsi seppure a caro prezzo.

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Attacco alla borghesia bianca americana

Nell'opera assistiamo ad un durissimo attacco alla borghesia dirigenziale americana, di fatto divenuta un'aristocrazia con peculiarità tipiche dei ceti nobiliari (se ne fa parte praticamente per diritto di nascita, si ha diritto ad una cittadinanza più piena, è una classe il cui ingresso è regolato rigidamente eccetera).

Il bravo cittadino bianco americano borghese, che è rimasto a casa durante la guerra per “mandare avanti le cose”, si è reso conto che essendo egli-testa al comando è in grado di sostituire essi-braccia con le macchine: in parte per una certa presunzione di migliorare l'efficienza del lavoro (lavoro in senso fisico, cioè di risultato dell'applicazione di una forza) e la convinzione di essere guide, miglioratori delle condizioni di vita della gente comune che con le sue scarse capacità ed il suo scarso quoziente intellettivo sarebbe condannata al degrado, alla fatica, alla semplicità primitiva.

Sembra quasi di assistere ad un autocolonialismo: il povero, inetto, incapace cittadino di serie B è un buon selvaggio di cui avere cura come si ha cura di un infelice, di un imbelle: è dovere del nobile bianco cristiano di dare un senso a queste vite che altrimenti sarebbero inutili, egli è l'illuminato principe mandato dal dio a curarsi di queste creature appena umane.

La borghesia bianca americana ha vissuto così a lungo circondata da schiavi (chiamati liberalmente lavoratori o sottoposti, ma di fatto subalterni) che ha del tutto perso la capacità di fare qualunque cosa se non schiacciare pulsanti, compilare moduli, tamburellare col dito su qualche display; gli stessi americani che secoli prima aprirono le piste, costruirono le fattorie, coltivarono i campi, fecero le città, sterminarono gli indiani, importarono schiavi africani e via dicendo. Non solo ha perso ogni capacità pratica ma ha anche delegato le decisioni a macchine calcolatrici che come ci insegna la migliore fantascienza, sono così brave a mandare avanti il mondo che ben presto decideranno che l'umanità è di troppo, considereranno la vita come un contrattempo (ad esempio nel film “Terminator”); ma che vita vivono questi americani di Piano Meccanico? A leggerla non sembrerebbe un libro scritto quasi settant'anni fa: il lavoro è degradato alla ripetizione di attività minime, il tempo è colonizzato dall'inattività o dai trastulli più beceri, la segregazione delle due umanità è nettissima e militarizzata, la società è mantenuta in allerta con la minaccia dei sabotatori per diffondere un clima di paura e di disponibilità a cedere libertà in cambio di sicurezza, chi possiede e decide è un numero sempre più esiguo ma sempre più fuori scala in quanto a potere; di quale società parla Vonnegut? Quando la fantascienza come letteratura finì inevitabilmente nel logoro menu dell'accademia si usò per nobilitarla il termine “Narrativa di anticipazione” (quasi si parlasse dei soliti ristoranti dell'avvenire): era inadeguato perché negava l'esercizio di astrazione ed altre cose, ma questa di Vonnegut lo è: egli descrive un futuro che era già presente e che lo è ancora, perché è un sistema che sembra funzioni (ma noi sappiamo che non è così: i segni dell'entropia che lo divora sono manifesti da lungo tempo). Ed infatti la realtà ha superato la fantasia anche in questo caso: il mondo del profitto, dell'efficacia e dell'efficienza, si è trasferito in quella realtà virtuale che è la finanza lasciando i miseri fatti dell'economia reale ad essere trattati da schiavi che contano meno di macchinari, perché la macchina per eccellenza della modernità è il calcolatore elettronico, macchina non meccanica che richiama appunto il passaggio tra le due economie reale e finanziaria, la smaterializzazione dell'esistente distillato in bytes da versare in qualche borsa virtuale. Questa nuova macchina (che nel romanzo di Vonnegut è macchina totale, decisore assoluto di tutti i fatti della società americana, techno-profeta a schede forate) è un grande architetto di una società che pretende di essere illuminata in ogni angolo, perfetta, funzionante, prevista e prevedibile.

Ci trovo poi allusioni a certe elite americane, le cui attività si svolgono ai confini con la segretezza e che spesso vengono a trovarsi al centro di trame complottiste: le varie società più o meno occulte, le logge di cittadini, i cerchi magici di decisori e di decisori di decisori. Le “Praterie” ricordano certi meeting di cui si parla spesso: ricordano il Bohemian Club, ricordano la società semisegreta Skulls and Bones, gruppi di potere che si riproducono, si incontrano per aggiornarsi, si autocelebrano tra goliardia e cospirazione, si fanno società nella società, elite dell'elite radunati spesso attorno a progetti di società autoritari, ragionieristici più che architettonici, che perseguono una contabilità immorale più che una proporzione aurea nella loro idea di mondo dove l'armonia è ridotta alla diade dominatori/dominati purché entrambi ne siano soddisfatti (in questo caso perché deciso dall'imparziale calcolo di una macchina/architetto per la quale in teoria tutti gli uomini sono di uguale valore e quindi essa può assegnare loro un valore). Vonnegut racconta tutta la greve goffaggine di questa elite di maschietti che si dispiega ed autocelebra in un clima da spogliatoio del calcetto (o da birreria di Monaco, che è la stessa cosa): un'atmosfera fomentata e tetra, un entusiasmo artefatto e fragile (che infatti si incrinerà non appena scoppia la “rivoluzione” e diversi manager la abbracceranno); un clima che ricorda molto quello di certe sette molto in voga anche ai giorni nostri: ripetizione ossessiva di ritualità vuote, magari davanti ad un oggetto catalizzatore, venerazione di un “fondatore” quasi trasceso, senso di appartenenza sempre più stringente, meccaniche di esclusione, pratiche di autoesaltazione eccetera.

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Cose da spogliatoio

C'è un ultimo fatto che intendo sottolineare su questa società dominante dell'opera di Vonnegut: egli lo sottintende solamente poiché narra la realtà a lui contemporanea ed è un fatto sotto gli occhi di tutti (e neanche molto discusso nell'America degli anni cinquanta, ci vorrà qualche altro anno): la classe dominante è composta solo da maschi. Forse è un fatto che appare evidente solo al lettore postumo, ma non credo. Corrisponde alla società americana contemporanea all'autore: le donne avevano trovato largo impiego nell'industria americana durante la seconda guerra mondiale, ma con il ritorno degli uomini in patria ed il riavvio delle normali attività (di fatto nuove, poiché l'America torna dalla guerra come nazione dominatrice del mondo: gli imperi sono caduti, molte nazioni sono state attraversate rovinosamente dalla guerra, ma gli Stati Uniti hanno mantenuto intatto il loro patrimonio statuale, la loro riserva interna di materie prime eccetera) per non creare disoccupazione maschile era necessario che esse tornassero ad essere mogli, madri, housewives e poi consumatrici; per loro erano pronti molti nuovi prodotti da acquistare, dovevano preparare il Martini al marito di ritorno dal lavoro (come fa Anita nel libro), devono occuparsi della casa e della famiglia; ed i media naturalmente erano pronti a prodigarsi in perfetti esempi di questo tipo di femminilità.

Ci sono segretarie, assistenti, mogli, prostitute nell'opera, ma si capisce che in quel (e questo) tipo di società la donna non trova alcuno spazio negli strati decisionali della società.

Vonnegut neanche lo dice, ma è ovvio: un sistema così stupido, così poco accudente, così competitivo, così chiuso, così ridotto a schemi di meccanica non è un mondo fatto da uomini e donne assieme, è un mondo dove sono solo i maschi bianchi ricchi e prevaricatori a comandare, molti di meno del famoso uno percento.