Kurt Vonnegut, Confido.

(di Paolo ARENA - 2015)

 

1. La trama

2. Il contesto tecnofeticista dei fifties americani

3. Una riflessione sulla tecnologia in un paese tecnocratico

4. La tecnologia della condiscendenza, da Biancaneve a Dorian Gray: diabolus ex machina.

5. Società dell'alienazione e dell'infelicità, tecnologia dell'alienazione e dell'infelicità.

6. Il menu per i ristoranti dell'avvenire

 

1. La trama

Racconto degli anni cinquanta di Kurt Vonnegut, ancora non affermato scrittore ma emergente, parte di una raccolta di racconti inediti pubblicata nel 2009 (2012 in Italia). Henry Bowers è un tecnico di apparecchi acustici che fa anche l'inventore; annuncia alla moglie Ellen (ed al figlio Paul) che presto diventeranno molto ricchi perché ha inventato un nuovo congegno che rivoluzionerà la vita di miliardi di persone. Prima di questo fatto i Bowers sono la classica famiglia americana degli anni cinquanta: lui un lavoratore nine-till-five che non ha particolari ambizioni pur avendo qualche dote, lei tranquilla, sottomessa supportiva come prescrive il canone di quegli anni.

Henry ha inventato un congegno che soddisferà la più urgente necessità degli esseri umani di tutto il mondo: non essere soli, avere qualcuno con cui parlare; il congegno è una scatolina di metallo con un auricolare.

Ellen decide di provare il congegno, su richiesta del marito – in caso occorrano perfezionamenti: dalla macchina esce una “voce metallica ed acuta, come quella di un bambino attraverso un pettine avvolto in un pezzo di cartavelina” (pag. 15).

Confido parla ad Ellen in maniera apparentemente diretta, come se la conoscesse, iniziando subito a dirle quanto ella valga, quanto meriti, cosa dovrebbe fare suo marito per lei, quanto è finalmente ora che abbia ciò che tutto sommato si è guadagnata e che altri intorno a lei hanno immeritatamente.

Dopo un iniziale stupore Ellen ribatte che è felice con suo marito e che la sua mancanza di ambizioni forti lo rende affidabile, lo tiene lontano dalla frustrazione eccetera.

Confido però insiste dicendo che pur essendo tutto vero, è ora che Ellen abbia successo e ricchezza: “io sono dalla tua parte” conclude Confido questa prima chiacchierata.

Henry è entusiasta che Ellen abbia delle impressioni positive sul congegno: in realtà è rimasta un po' sconvolta, ma non ha avuto il tempo di metabolizzare la faccenda; d'altra parte Confido le parlava come se conoscesse molto bene le sue più intime incertezze – persino come se le conoscesse prima che si svelassero in lei stessa. Sappiamo che il congegno ha fatto delle insinuazioni su di lui, ma lui non lo sa.

“Nessuno dovrà più essere solo!” dice Henry.

Henry Bowers, tecnico senza ambizioni, ha inventato il congegno durante le pause-pranzo dal lavoro, dato che i colleghi lo sfottevano e dato che essi erano apparentemente più intraprendenti di lui. Questa è la prima cosa che gli sussurra Confido appena costruito: “non combinerai mai niente qua dentro, Henry” e ancora: “le uniche persone che fanno carriera all'Acousti-gem, ragazzo mio, sono i cordialoni e gli adulatori. Ogni giorno c'è qualcuno che riceve un grosso aumento per qualcosa che hai fatto tu. Fatti furbo!”.

E quindi Henry aveva perfezionato questo miglior amico elettronico ed aveva iniziato a sognare il successo: vuole guadagnarci un miliardo di dollari tondo tondo.

Ellen ha qualche perplessità residua: “Vorrei sapere cos'era quella voce. È una cosa che ti fa pensare” - è inquieta.

Henry sembra non averne idea, ma pensa che ci sarà tempo per scoprirlo. Ma Ellen ha ancora dubbi: “Siamo noi? Quella voce siamo noi?”.

Henry va al lavoro e chiede ad Ellen di sperimentare ancora il congegno; dice: “...è una scoperta più grande della televisione e della psicanalisi messe insieme, che dii soldi ne fanno a palate”.

Ellen: “pensavo che dovremmo saperne di più”.

La donna si accomoda e si infila di nuovo l'auricolare e decide di chiedere direttamente al congegno cosa sia: “tu cosa sei? Cos'è un Confido?” - la macchina glissa: “un modo per diventare ricchi”. Confido aggira sempre la risposta a questo.

La mattinata prosegue con il congegno che in tempo reale commenta incontri e pensieri di Ellen sempre in maniera caustica, spicciola, cercando di inculcare certe idee alla donna e poi compiacendola dandole (falsa) ragione: incontri coi vicini, questioni mondane, relazioni sociali e familiari, visione del mondo e della vita: Confido spara spesso a zero anche con un certo humour, coltiva la diffidenza della donna nei confronti delle persone che le sono amiche, fomentando in lei un sentimento di rivalsa decisamente antisociale: “...non credi che le le vecchie pettegole boriose del quartiere come la duchessa Fink si piegheranno in due e moriranno di invidia quando i Bowers, per cambiare, cominceranno a darsi delle arie?”. E poi continua dicendole che lei e il marito sono onesti e bravi e ce la faranno, batteranno tutti eccetera: sarcasmo, pettegolezzi, cattiverie a non finire tanto che Ellen non si accorge del tempo che passa e si dimentica del ritorno dei bambini da scuola.

Mentre Ellen va a cambiarsi, il bambino Paul incuriosito dal suo valore di un miliardo di dollari decide di provare Confido: la macchina lo riempie di cattivi consigli e maldicenze, convincendolo che è stato adottato e che i genitori gli hanno sempre mentito, che lo maltrattano e non gli danno quello che si merita; il bambino Paul litiga con la madre sempre più perplessa che gli toglie il congegno di mano.

Al ritorno di Henry (sempre più entusiasta, pregustando il successo in arrivo) Ellen è turbata: ha seppellito in giardino Confido, Henry non capisce, Ellen piange: “è un filo diretto con il peggio che abbiamo dentro”, “nessuno dovrebbe averlo”, “”quella vocina è già abbastanza forte così com'è”.

Henry lo sa, avendolo già provato: solo che la possibilità di arricchirsi (e sicuramente il parlar suadente della macchina) lo aveva convinto che non ci fosse nulla di male. Lo aveva disseppellito, ma lo ripone di nuovo nella buca. Il congegno fa in tempo a lanciargli un ultimo insulto e forse una velata minaccia di ritorno.

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2. Il contesto tecnofeticista dei fifties americani

Racconto degli esordi di Kurt Vonnegut, contenuto in una raccolta di inediti pubblicata postuma (“Guarda l'uccellino”, 2009, Feltrinelli 2012) che presenta delle sicure tracce di quello che Vonnegut diventerà, ma anche qualche dettaglio insolito.

Ad esempio i racconti lasciano trasparire ad una prima lettura certe aspirazioni dello scrittore (come molti in quegli anni) di divenire autore cinematografico o televisivo, vendendo a buon prezzo i diritti di trasposizione delle opere: potrebbe sembrare in effetti un episodio di quelle fortunatissime serie tv dell'età dell'oro della fantascienza, a cui lavorarono tra l'altro molti autori notissimi ed amatissimi.

Anche alcuni degli altri racconti lasciano trasparire questa aspirazione: “Il club privè di Ed Luby” è praticamente un noir classico di suspense hitchcockiana, in cui persone qualunque si trovano coinvolti in un mistero che li avvolge sempre di più come le spire di un serpente e che poi si scioglie grazie alla caparbietà americana, alla fortuna che aiuta chi è un po' audace ed alla giustizia che riconosce le brave persone nei guai e le aiuta. Forse un po' di retorica, per chi amerà il Vonnegut successivo: surreale, corrosivo, intenso, sempre più bravo a dire ciò che deve dire senza essere didascalico o banale.

Ma è una retorica delicata, dosata con maestria, spesso messa al servizio del capovolgimento finale (altro cliché, certo, ma anche dire di qualcosa che è cliché è cliché, in letteratura tutto è cliché – la scrittura lo è dato che l'uomo racconta storie sostanzialmente nello stesso modo da millenni, decidere di avere qualcosa da raccontare è un cliché – quindi non agitiamoci).

L’impostazione classica di questi racconti (unità di tempo e luogo, unicità del fatto, capovolgimento finale) è un guscio che comprime comunque una certa forza dirompente.

Nella lettera che apre la raccolta Vonnegut stesso non fa mistero, nel 1951, di volersi dedicare alla scrittura professionale sperando di scrivere qualcosa che potesse piacere alla MGM o almeno alle più apprezzate e diffuse pubblicazioni dell'epoca.

“Confido” è in questo contesto creativo e sebbene sia solo un racconto breve svela il suo status di opera d'arte permettendo numerose letture diverse, propone al fruitore spunti di riflessione, lo intrattiene, si rinnova nel suo essere interessante anche oggi attraverso generazioni. Confido è uno di quei racconti che senza pomposi manualismi pseudotecnici di certa vecchia fantascienza ti fa di nuovo credere per qualche istante che certi grandi scrittori di narrativa di anticipazione abbiano davvero scritto i la lista della spesa per i tecnocrati del futuro: leggere oggi “Confido” è un fin troppo facile esercizio di chiusura del cerchio del “lo dicevano già allora”: tutto è stato detto, tutto è stato anticipato, la nostra storia è piena di profeti che ci hanno avvisato in che guai ci stessimo mettendo; non diamo del profeta allo scrittore di Indianapolis, anche se Vonnegut fin troppe volte “ce lo aveva detto”: mai dalla torre d'avorio, mai dalla cattedra, mai dagli elisi irraggiungibili degli scrittori di successo; dal basso, dalla villetta della famiglia americana media, del lavoratore medio, della coppia media, della vita media, delle ambizioni medie: proprio da quel mezzo su cui si vorrebbe incidere una cesura per definire una volta per tutte chi stia sopra e chi stia sotto – come nella società sempre più divisa di “Piano meccanico” in cui c'è chi decide tutto e chi non decide niente; come nel mondo allucinato e violento di “Mattatoio n.5” in cui la ragione e la follia della guerra cozzano e si annientano reciprocamente, le dimensioni e lo spazio collidono e collassano, come in “Madre notte” dove si può essere solo buoni soldati americani o cattivi nazisti, senza indecisioni e senza sfumature – che poi invece sono il senso dell'opera. “Confido” in un certo senso parla anche di questo, poiché la voce che arriva dal macchinario quello che fa è proprio convincere i Bowers ad essere scontenti della propria “mediezza” ed a volerne uscire a qualunque costo, soprattutto sminuendo gli altri – un invito alla sopraffazione mascherato da “prendersi solo ciò che si merita” che ricorda fin troppo la tonnara sociale spacciata per darwinismo della società americana.

I primi anni cinquanta sono un periodo di grande produzione letteraria di genere, spesso di buona qualità, spesso spazzatura: la frenesia tecnologica che ha preso gli Stati Uniti fa salire la richiesta di prodotti di intrattenimento di quel tipo; nei quartieri residenziali le case si stanno riempiendo di elettrodomestici, la televisione è a pieno regime, il cinema emette quantità impressionanti di film, i ragazzi borghesi sono pieni di energie da spendere, lo spazio sembra il vicino come il giardino sul retro; siamo in piena era atomica: i due bagliori giapponesi di qualche anno prima ancora illuminano la superpotenza americana e poco male se da qualche tempo anche i russi sono armati: se tutti i John Doe lavorano alacremente, consumano, credono ad un dio, restano al proprio posto e denunciano i vicini sospetti, c'è la percezione diffusa che niente possa andar male e comunque il suono di ogni eventuale cattivo pensiero è coperto dal baccano del teleschermo, dallo sferragliare della catena di montaggio della fabbrica automobilistica, dal rock che esce dai JukeBox.

C'è anche un accenno a questo clima nel racconto, quando Henry ammette che il probabile guadagno che deriverà dalla sua invenzione sarà purtroppo possibile solo sul mercato occidentale perché i russi invece la copieranno e la produrranno per proprio conto (ma la produrranno, perché evidentemente anch’essi sono soli).

Non si può certo paragonare l'America degli anni cinquanta alla Russia di quegli anni, ma sicuramente il consumo è una gabbia (di alluminio, unica differenza con la teoria Weberiana), il lavoro una schiavitù ed il sangue lubrificante (che poi sia ottenuto con uno scannamento dissanguante o con una lenta spremitura è da vedersi – l'America degli anni cinquanta non è quella dei film con dove si canta e si balla, quella dei musicarelli con Elvis - semmai quella di “Gioventù bruciata”, “Fronte del Porto”: è segregata, violentissima, cupa, corrotta eccetera).

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3. Una riflessione sulla tecnologia in un paese tecnocratico

Confido è il classico esempio di tecnologia all'avanguardia di quegli anni: è piccolo (i televisori sono ancora degli enormi comodini con un oblò al centro), è di metallo (latta – cioè alluminio, il metallo della modernità per eccellenza - l'estetica domestica di quegli anni: le cucine, quelle roulotte che si vedono sempre nei film, le auto: di alluminio è l'auto su cui morirà qualche anno dopo James Dean), ha un auricolare (dopo le cuffie dei centralinisti o degli operatori radio – ad esempio durante la guerra – è diventato un oggetto sempre più familiare agli americani – è anche tipico dell'estetica della musica e della radio).

Un fumetto o uno show televisivo di quegli anni spiegherebbe bene il rapporto della società americana con la tecnologia: essa ha permesso agli Stati Uniti di vincere la guerra (secondo una tecno-vulgata), sta migliorando sensibilmente la vita di chi può permettersela e i sogni di chi può solo guardarla; ogni giorno arrivano notizie di nuove meraviglie in ogni ambito: sanitario, ingegneristico, elettronico; presto come nella serie “i pronipoti” avremo una macchina ed un pulsante per fare tutto: cibo, portare fuori il cane (robot), tagliarci i capelli, curare le piante, lavare i piatti, accudire i bambini, andare nello spazio, suonare la musica, invadere la Polonia e chissà che altro. Ma cosa accade lo aveva detto Chaplin anni prima in Tempi Moderni – e questa estasi tecnocratica americana è nipote del fordismo, si è specializzata alla scuola dei lager ed è tornata in America sporcata solo leggermente delle più moderne teorie economiche – teorie che comunque girano sempre attorno ad un solo argomento tutt'altro che tecnologico: è l'uomo l'unico fattore comprimibile dell'equazione e quindi è spremendo progressivamente l'uomo che si estrae il profitto; la tecnologia è solo lo strumento della spremitura, dello sfruttamento – e la storia americana lo dimostrerà. Esaltazione della tecnologia vuol dire anche esaltazione dell'organizzazione (che è tecnologia essa stessa) e questa a sua volta è uno dei temi palesi dell'America percepita degli anni cinquanta: ognuno al suo posto, ingranaggi, pedine inscatolate e dirette diligentemente ai propri posti (tema trattato in quegli anni da Vonnegut col bel romanzo “Piano Meccanico”).

È per questo che molti scienziati e tecnocrati nazisti si sono trovati così bene una volta portati a lavorare in chiave anticomunista negli States: il desiderio americano di un'organizzazione sociale assoluta brucia forte e si cercherà in ogni modo di instaurarne una con metodi appena più discreti della controparte russa; entrambi i tentavi falliscono – detta così sembra storia, ma dicono sia morta della gente – comunque seppure mascherata da società libera, l'America è veramente quella raccontata magistralmente da Carpenter in “Essi Vivono” con un unico facilissimo espediente cinematografico: con la miopia indotta dalla società dello Spettacolo e dello Sfruttamento tutto è in ordine, ma inforcando gli occhiali del libero pensiero riusciamo a leggere la realtà oltre il velo e vediamo chi ci stia facendo cosa; estremismo complottista?

Questo contesto di esaltazione mi sembra che duri almeno fino all'era spaziale, spegnendosi poi una volta scoperto che lo spazio e la luna ancora non erano proprio a portata di mano e che non c'era petrolio da estrarre – rinascerà in seguito nell'era informatica, ma sarà tutto molto diverso, e la fantascienza accompagnerà queste fluttuazioni coi suoi cicli – espandendosi verso gli spazi esterni e contraendosi verso quelli interni – dall'universo al cyberspazio.

In questo contesto è possibile immaginare che l'americano medio e borghese creda nella tecnologia come parte fondamentale di questo nuovo paese senza storia e senza memoria, nato dalla seconda guerra mondiale e subito assurto a potenza globale e nuova (pseudo)cultura egemone – spazzato via il proprio breve passato sospeso tra la contraddizione di essere una nazione nata contemporaneamente da una rivoluzione e da un genocidio, fondata sulla libertà e sulla sopraffazione, su Ben Franklin e Billy the Kid.

In questo contesto meccanizzato ed alienante l'uomo medio circondato di tecnologia è infelice perché non ha nessuno con cui parlare – non ne ha il tempo il proletario, non ne vede l'utile il padrone - e pensa che la soluzione sia un altro congegno – meglio comprare un altro Iphone che parlare col proprio vicino di casa; uno stile di vita presto esportato ovunque: ora (davanti al teleschermo/gadget) et labora (per il profitto dei padroni e per comprarti un teleschermo/gadget più moderno).

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4. La tecnologia della condiscendenza, da Biancaneve a Dorian Gray: diabolus ex machina.

Una riflessione sulla tecnologia che mi sembra il racconto susciti riguarda la dialettica tra uomo e tecnica come manifestazione materica di principi scientifici. Le scienze (e la tecnologia) dovrebbero porre all'uomo nuove domande, nuove sfide e contraddirlo nelle sue certezze mostrando che ad ulteriori livelli di percezione (acuita appunto dalla tecnologia, dal calcolo, dalla speculazione) esistono nuovi aspetti in cui migliorarci, nuove cose da scoprire, ulteriori distanze da percorrere; la tecnologia odierna manifesta una scienza spesso troppo orientata al mercato, alla realizzazione di congegni vendibili più che ad una speculazione con fini puramente teoretici di conoscenza, di consapevolezza della posizione che l'uomo conoscente occupa nell'universo: per questo non è possibile realizzare un congegno che ci contraddica; per questo l'internet non mostrerà niente che sia contrario a ciò che desideriamo vederci mostrare ed anzi cresce per proporci messaggi sempre più sartoriali rispetto ai nostri gusti – per questo nessun personaggio famoso dirà mai cose che possano risultare spiacevoli (come spesso è la verità, verità di un mondo violento, brutto, triste), per questo nella finzione i buoni vincono sempre; nessuno comprerebbe un prodotto che ti dice: “studia!”, “basta svago, datti da fare!”, “dividi il tuo pane con chi ha fame!”. Siamo (diventati) macchine desideranti piacere. E se è vero che ogni essere umano ha diritto ad un po' di sollievo dalla fatica di esistere, non c'è dubbio che il “diritto” al piacere fomentato dalla macchina dello spettacolo e del consumo sia una trappola da lungo tempo scattata.

Ed è il piacere su cui ha puntato vincendo da subito la Società dello spettacolo, e sentirsi dare la ragione è il piacere più potente che si possa provare; sentirci dire che noi, solo noi siamo speciali, siamo superiori e che la colpa è degli altri. E se il piacere è il metro con cui misuriamo la nostra distanza dalla morte, la merce venduta dalla società dello spettacolo e del consumo è in continuità con quella offerta da tutti i sistemi di pensiero e religiosi della storia umana: il sollievo dalla paura della morte – e le star quindi sono semidei immortali, lo stordimento ci estrania dal continuum temporale obliandoci per un po' dall'Estremo Pensiero; l'altrui soppressione ci convince di aver aggiunto alla nostra la vita di qualcun altro.

In fondo qual'è la speranza che segretamente affidiamo tutti al meraviglioso progresso scientifico tecnologico? Liberarci dalla certezza di dover morire. La società dello spettacolo, per tramite dei suoi angeli e delle sue preziose reliquie ci vende l'illusione dell'immortalità e tutti ne acquistiamo, perché siamo tutti soli di fronte all'ineluttabilità della morte e soprattutto alla sua retorica ed alla retorica della sua retorica.

Questa tecnologia della condiscendenza produce macchine del fomento che proprio in questa nostra epoca funzionano a pieno regime e vorrei portare un esempio di stringente attualità.

C'è un noto politico che utilizza le reti sociali per diffondere le proprie idee (e quelle del sistema cui appartiene): sono idee xenofobe, razziste, nazionaliste, reazionarie e piene di ovvietà populiste che riscuotono molto successo in questi periodi di paura in cui più che alle soluzioni politiche ci si abbandona alle dichiarazioni di pancia, complice anche la sopraggiunta apocalisse cognitiva che ha colpito una generazione di persone ormai incapaci di pensare; ebbene il numero di persone che sui social network segnalano i contenuti di questo politico come spiacevoli (ma ricopiandoli, duplicandoli, moltiplicandoli molte volte) è persino superiore a quello dei suoi seguaci: egli riceve più visibilità dalle persone che si dicono suoi oppositori; risultato: egli è ovunque, le sue pessime idee sono ben diffuse mentre le idee buone sono sempre di meno, scarseggiando anche le persone che riescano ad averne, essendo tutti occupati in questa rincorsa al degrado ed alla presunta denuncia del degrado come metodo di autoaffermazione (e snobismo, ovviamente – perché poi occorrerebbe verificare questi infaticabili oppositori in cosa differiscono dal detto politico). Anche in ambito accademico poi, dove a fatti del genere si danno nomi tecnici ad indicare che chi decide l'argomento del dibattito ne decide il contenuto e l'esito, comunque escludendo dal dibattito tutto il resto; lungi dall'accademia prendere posizione, essendo ben al sicuro dietro un muro di tecnicismi cementato da nomine ben remunerate. Quasi che bene e male siano argomenti troppo bassi per i dottori, argomenti non scientifici. Questa macchina del compiacimento crea figure del genere affinché le persone possano sentirsi più intelligenti, più buone, più colte eccetera; se nell'era televisiva e neotelevisiva valeva quanto detto in “Fenomenologia di Mike Bongiorno” di Umberto Eco, in questa epoca Post-Televisiva il senso di quelle argute considerazioni va aumentato e drammatizzato in maniera esponenziale e ovviamente apocalittica.

Confido/Internet ci conosce molto bene e ci sussurra all'orecchio chi è la più bella del reame da far fuori (come lo specchio in “Biancaneve”), ci sprona a eccellere nell'abiezione (come in “Il ritratto di Dorian Gray”, altro specchio), insomma è uno specchio poiché scienza e tecnologia sono costrutti cognitivi umani e quindi rappresentano il pensiero umano e quando il pensiero umano è degradato lo sono anche esse; specchio che riflette e quindi classicamente inverte e quindi nella fiction classica (o stereotipata) è tecnologia buona e utile, in quella avanzata (o critica) è perversione del proprio fine iniziale: molti prodotti di intrattenimento mainstream oggi hanno come nemesi la genetica cattiva, folli utopie di risanamento del mondo eccetera; ma è ancora la tecnologia la chiave di scioglimento, anche se di sé stessa.

Confido (e la tecnologia della Società dello spettacolo) è il trionfo della tecnologia del compiacimento, è il viscido lacchè che adula il proprio signore, è il diavolo che lusinga il sapiente in un racconto di Singer, è il genio della lampada che offre desideri che ci si ritorcono contro: è appunto quella vocina dentro che siamo noi stessi e non in negativo, perché non siamo divisi in due definite zone di bene e di male, siamo torbidi, caotici anche se di un caos in qualche modo armonioso. La tecnologia del compiacimento di Confido ha vinto, oggi è egemone: ci dice che l'impegno è inutile, che abbiamo sempre ragione, che dobbiamo obbedire perché quello è il nostro posto, che siamo belli e che possiamo esserlo di più, che tutto è indifferente, che tanto vale star bene, che il divertimento è la cosa più bella che ci sia e che la musica degli anni ottanta era bella; i suoi manovratori cantano le nostre storie, si fingono come noi, ci vendono un po' del loro successo, si prendono cura di noi; siamo carne (bianca) da macello.

 

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5. Società dell'alienazione e dell'infelicità, tecnologia dell'alienazione e dell'infelicità.

Confido, a dire degli stessi Bowers, è una combinazione di confidente e animale di compagnia.

Il desiderio di ogni essere umano, dice l'inventore Bowers, è essere felice e si è felici quando c'è qualcuno che ci ascolta; nessuno si pone lontanamente il problema che ci si possa ascoltare l'un l'altro; che ci sia una famiglia, che possano esserci le amicizie – ma esiste ancora l'amicizia in un paese di lavoratori full-time, di spazi segregati in base alla classe, al reddito, al colore della pelle, al lavoro svolto? C'era ancora spazio per l'affinità disinteressata tra persone? In “Piano meccanico” sembrerebbe di no: amici sono i colleghi di lavoro, le persone con cui si condivide un ruolo, un'appartenenza ad una cerchia e addirittura uno status, essendo le relazioni rigidamente confinate alla stessa posizione in una neanche troppo ipotetica classifica della propria importanza all'interno di una società che si vorrebbe altamente organizzata e specializzata, in cui la divisione sociale del lavoro è ancora divisione lavorativa della società (cioè in base al reddito/potere) – ed infatti è una società in cui la famiglia è più un fatto sociale che emotivo: c'è una donna che a casa ci prepara il Martini per quando rientriamo dal lavoro, che si occupa delle faccende, che cresce i figli – ma parleremmo con lei dei fatti importanti della nostra vita? Conteremmo su di lei per le nostre paure e le nostre indecisioni, ammesso che ci sia possibile averne? Ci aspetteremmo che lei capisca qualcosa del mondo, della politica, dell'umanità? Finché si tratta di vestirsi bene per una serata fuori o finché si tratta di portarle uno dei nuovi giocattoli domestici di cui ella ha letto su qualche rivista o visto sulla réclame va bene – ma di fatto non conta come essere umano nostro pari – con cui avere una relazione tra pari, senza interessi. Chi ci ascolta quindi? Nessuno; e quindi occorre una macchina che lo faccia – tema caldo della fantascienza di quegli anni: l'amico robot, l'androide, il clone, l'animale parlante, l'alieno in incognito, l'uomo invisibile che si rivelano tutti più umani di quanto ormai riesca a noi ed a quelli come noi. Una macchina ci ascolterà e ci parlerà in cuffia, senza farci perdere tempo come richiederebbe un'amicizia convenzionale – senza arrestare la produttività insomma: quindi senza essere in odore di attività antiamericane, comuniste. L'amico disinteressato è sospetto, per questo l'America ne inventa di quelli a pagamento, gli analisti. In quegli anni la televisione svolge egregiamente questo compito e si occupa di milioni di americani (bambini e donne principalmente) rimasti in casa – a dare comunque il loro contributo alla società crescendo o consumando. Ma Confido parla in maniera più intima, i suoi contenuti sono, per così dire, personalizzati – come usa dire oggi in maniera celebrativa.

Il problema oggi di questi contenuti personalizzati è che rispecchiando i nostri interessi rispecchiano anche le nostre lacune – e questo è il grande difetto dell'informazione su misura, dei social network che molti consultano convinti che questo squallido passaparola sia informazione e persino cultura: coi flussi tradizionali di informazione – il quotidiano – eravamo costretti sfogliandolo anche a farci cadere l'occhio su cose che altrimenti non ci sarebbero venute in mente e per forza di cose apprendevamo fatti nuovi: erano gerarchici, qualcuno decideva per noi; col computer che riconosce il mio interesse per i motori (mi è stato chiesto, ho cliccato si) io sarò informato solo su quello e progressivamente sulle aree limitrofe di consumo nel quale la Macchina ritiene (a ragione) di potermi dirigere – così Confido ci dice solo quel che vogliamo sentirci dire, cioè come detto sotto lo decide. Coi vecchi flussi gerarchici qualcuno decideva per noi certo, ma l'apprendimento è dialettica; coi contenuti personalizzati io imparo me, mi duplico, mi confermo, mi do ragione senza scoprire nulla di esterno, nuovo.

La cosa come al solito inquietante di certa letteratura è che viene imitata in peggio dalla società: Confido è il nonno di certe tecnologie del sollievo che si fanno tecnologie del sollazzo. Ma c'è qualcosa che Confido fa meglio di quello per cui è stato progettato – e così il suo corrispondente nella realtà non letteraria: invece che ascoltarci, che tanto diremmo sempre le stesse cose e cioè che siamo tristi, che nessuno ci capisce, che non riusciamo a realizzarci, che ci aspettavamo la vita andasse diversamente eccetera, Confido ci dice che non è colpa nostra, che le persone che ci stanno intorno si prendono ciò che ci spetta, che nessuno riconosce il nostro valore, che nessuno si sottomette a noi e ci spinge a prendere provvedimenti in merito. Immaginiamo un congegno del genere all'orecchio di ogni abitante del pianeta. Essendo impossibile (per ora) una tecnologia che “pensi” autonomamente e quindi reagisca in maniera personalizzata all'interlocutore l'unica possibilità di riuscire è far si che tutti gli interlocutori pensino grossomodo le stesse cose – ed allora un programma potrà adattarsi meglio nella ridotta pletora di variabili che l'uomo semplificato potrà presentargli: occorre semplificare l'uomo. E queste sono le domande a cui le macchine di oggi sanno rispondere in maniera già avanzatissima: “consigliami un nuovo oggetto da comprare”, “dimmi quanto sono unico, importante, speciale”, “dimmi che non ho colpa del mio fallimento”, “fammi ridere”, “dammi piacere immediato”, “mostrami le persone che sono migliori di me e che giustamente hanno ricchezza o successo”, “fammi ridere ancora”, “mostrami donne nude” eccetera: queste sono oggi le uniche funzioni che le macchine della società dello spettacolo e del consumo sanno darci – e nella maggior parte dei casi sono le uniche che vogliamo.

Dopo averci detto cosa ci spetta, Confido ci dice pure chi ce lo ha portato via. La televisione ed i nuovi media sono strumenti di separazione più che di unione, poiché propongono idee non personali, precostruite e senza possibilità di discussione in base ad un flusso gerarchico dall'alto verso il basso, anche se spesso non si riesce a vedere bene poiché i decisori sono al sicuro dietro diversi livelli di questo flusso. Appunto Confido è il Diavolo, il divisore, che ci bisbiglia all'orecchio proprio come visualizzato in certi fumetti o disegni animati o nella letteratura.

Confido ci dice esattamente quello che pensiamo; ma questo fatto avviene sia in funzione descrittiva che in funzione prescrittiva – cioè c'è una certa reciproca permeabilità fra le parole e le cose e quindi non ci si rende conto di cosa stia accadendo, il pensiero si uniforma al sentire e di fatto un atto che avrebbe dovuto essere di semplice narrazione diviene di istruzione; è un “dire” che significa “decidere”; e questo ovviamente è possibile solo in menti svuotate, private di strumenti cognitivi autonomi per avere idee che siano veramente tali, derivate dall'informazione e dall'elaborazione dei dati (e dalle proprie convinzioni ed emozioni, ovviamente). Se è vero che una menzogna a forza di ripeterla diventa verità, è anche vero che una cosa qualunque a forza di nominarla inizia ad esistere nel mondo reale, poiché gli stati iniziali dell'esistenza appartengono appunto al mondo del pensiero e della parola – ed è per questo che il nome (più o meno) segreto delle cose è magicamente importante, poiché ne determina le successive fasi dell'esistenza – che inizia con la pensabilità, forse. E così quando Confido dice che detestiamo il vicino taldeitali in realtà lo decide. Cos'altro vorrà farci fare poi?

 

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6. Il menu per i ristoranti dell'avvenire

Se dall'opera e dal pensiero di Kurt Vonnegut traspare una certa ammirazione e fiducia per l'uomo americano come costruttore, come uomo che ha la ragione e le mani per realizzarsi, non è difficile leggere questo racconto ed altri come un invito a non delegare parti eccessive della propria autonomia di pensiero ed azione alle macchine, per quanto possa sembrare la scelta più utile per sé stessi e per l'umanità.

Ci sono scrittori che desiderano essere riconosciuti come profeti e veggenti, altri che lo detestano: a tutti noi dà comunque un certo piacere quando verificandosi qualcosa da noi immaginata possiamo dire che l'avevamo detto - anche se non è di alcuna consolazione sospirato sopra un cumulo di macerie e di corpi senza vita. Vonnegut senza le ambizioni di scrivere grandi saghe o trattare dei massimi sistemi scrive della società come un carpentiere: usa attrezzi e pezzi presi dalla sua cassetta, conosce ciò di cui parla; è sempre sul pezzo, sul tema caldo del momento: che si tratti del boom economico-tecnologico americano, della follia finanziaria, dell'inutile tragedia di tutte le guerre, dei piccoli o grandi fatti delle persone qualunque in qualità di abitanti dell'universo.

Riflettere su tecnologia e democrazia, tecnologia e identità, era il compito dell'ora per uno scrittore responsabile: non lo fa con gli strumenti del filosofo apocalittico o del capopopolo (magari complottista), ma con l'ironia dell'intellettuale americano che però è stato diretto testimone dell'orrore della tecnica (la guerra, era prigioniero a Dresda durante il bombardamento angloamericano). Parte della sua opera riguarda questo difficile equilibrio di spazi e forse questo è il fatto che lo ha fatto collocare all'interno del genere fantascienza (nel quale l'argomento, più o meno seriamente, era molto usato): il già citato “Piano Meccanico” ma anche “Ghiaccio Nove” che racconta (anche) dell'uso negativo e bellicista delle scoperte scientifiche.

In questo piccolo congegno chiamato Confido è facile oggi leggere fatti che sono realmente accaduti o che possono accadere ancora, e ovviamente molte di queste letture sono mie interpretazioni. Ma l'invito di Vonnegut ai suoi lettori è sempre stato quello di messa in discussione, di contribuire ad evitare che gli autori, gli artisti (come in “Barbablù” e “La colazione dei campioni”) ed i “personaggi famosi” (magari della finanza o dello spettacolo, come in “Le sirene di Titano”) possano mettersi in cattedra o peggio ancora sui troni e nelle stanze dei bottoni; per questo è lecito e doveroso proseguire le sue narrazioni col nostro pensiero e lasciare aperto il dibattito a chi verrà dopo di noi: senza certezze assolute anzi con il desiderio di essere smentiti nelle nostre prospezioni più pessimiste (vena di fondo di molta fantascienza, una sorta di scommessa al ribasso).

Neanche Vonnegut scrive i menu per i ristoranti dell'avvenire: vedere nell'intellettuale capacità profetiche è tipico solo di coloro che non sanno nulla di chi lavora con il cervello e vedono la cultura come una sorta di stregoneria da cui far uscire di volta in volta soluzioni ai problemi più disparati – salvo poi rimanere delusi scoprendo che cultura ed intelligenza non equivalgono a profitto, cosa che all'uomo medio, dal basso della torre del mago (cioè fuori dalla porta della villa del Dottore) sembrava ovvia; un intellettuale – una persona qualunque in realtà, purché riesca a scollare per un minuto gli occhi dal monitor – coglie i segni del mondo attorno a sé e riesce ad astrarne delle possibili conseguenze. Tutto qua.

E però resta sconvolgente la somiglianza di Confido ai sopracitati congegni (devices) del compiacimento e del fomento; uno smartphone ad ogni orecchio, che ad una domanda – posta ormai a voce senza alcuna digitazione – ci dà risposte su misura, che un po' ci compiacciono ed un po' ci convincono ad acquistare altra spazzatura. Viviamo nell'era dell'informazione, cioè nell'era in cui qualcuno decide che forma debba avere la nostra vita.