Barbablu (Bluebeard) di Kurt Vonnegut. 1987.

 

La storia

Stile e tono

Temi

Contesti e suggestioni

 

La storia

Barbablù è l'autobiografia-diario fittizia di Rabo Karabekian, americano di origine armena, illustratore prima e poi pittore di successo all'interno del movimento dell'espressionismo astratto, scritta dal pittore anziano ormai ritiratosi e finalmente deciso a tirare le somme della propria vita e delle proprie idee sul mondo, sull'arte e sulla società.

Viene convinto a scrivere dalla sua ospite invadente quanto energica Circe Berman che si installa in casa sua cercando l'ispirazione per scrivere a sua volta la biografia del defunto marito.

 

La Berman svecchia in una certa maniera sbrigativa il pittore e la villa-mausoleo-museo in cui si è rintanato quasi per nascondersi alla vita e lo stimola a fare i conti con un mondo che non è come vorrebbe lui ma che comunque esiste ed ha bisogno anche di artisti consapevoli che lo rendano meno triste, meno violento.

Karabekian è figlio di due sopravvissuti al genocidio armeno che hanno perso la propria identità ed il proprio retaggio a seguito di un rocambolesco esilio; famiglia finita per via di un truffatore nella remota cittadina di San Ignacio, in California – lontani dalle altre comunità internazionali dove gli armeni in esilio riescono persino a prosperare (Parigi, Fresno in California, New York); truffati da un altro esule armeno che li ha convinti a cedere tutte le loro proprietà (gioielli trovati addosso ad un cadavere dopo l'ennesima strage di compatrioti e prima della fuga) in cambio di un'inesistente tenuta in California.

Persa la loro identità (il padre di Karabekian era un maestro, poeta, traduttore in armeno dei classici – Shakespeare ad esempio) si adattano ad una vita modesta di artigiani, isolati in un paese straniero.

Il giovane Rabo ha un talento, per quanto ancora acerbo: è molto bravo a disegnare e non solo in base ai parametri della cittadina isolata in cui vive dove l'arte non è certo una priorità.

Troverà lavoro sin da giovane come vignettista satirico per un giornale locale, il cui direttore gli dice cosa disegnare e cosa far dire ai personaggi (vignette antifasciste, si è tra gli anni venti e trenta) ma è un lavoro piccolo, che non lo porterà a nulla.

Nel frattempo su consiglio della madre ha iniziato una corrispondenza con Marilee Kemp, attrice di piccola fama e compagna del famosissimo illustratore Dan Gregory (Gregorian) di discendenza armena anche lui e all'epoca il più famoso e pagato artista americano dell'epoca pre-modernista, antecedente l'arrivo dell'arte europea negli stati uniti.

La corrispondenza è incoraggiante: la Kemp lo stimola a crescere, gli invia delle prestigiose forniture di materiale da pittura sottratte al compagno e dei libri, gli dice persino che mostrerà i disegni che lui le invia al famoso illustratore; cosa che non è vera: all'artista affermato non interessa quasi nulla della faccenda: egli è un personaggio dannunziano, pieno di sé, manesco ed ottuso oltre ad avere dichiarate simpatie fasciste (che gli alieneranno tra l'altro l'amicizia di artisti dell'epoca – persone reali inserite nel romanzo – come il celebre attore W.C. Fields).

Quando Gregory getta dalle scale la Kemp mandandola in ospedale, accetta come sorta di risarcimento di prendere Karabekian come apprendista e lo invita a sue spese a New York (ma in realtà ha organizzato tutto lei).

Karabekian viene accolto in maniera dura da Gregory (la Kemp è ancora in ospedale) e trattato più come un galoppino che come un apprendista: l'artista gli racconta in che modo egli a sua volta imparò duramente l'arte ed oltre ad affidargli mansioni varie gli assegna un compito artistico (che egli reputa insolvibile, così da sottomettere così l'allievo-rivale).

Nel frattempo l'America ed il mondo affrontano la cosiddetta Grande Depressione.

Le idee artistiche di Gregory (illustratore tra l'altro di molte edizioni di libri) sono a dir poco antiquate: nel periodo in cui gli Stati Uniti conoscevano l'arte avanzata europea egli è un figurativo tradizionalista, con idee ben oltre il cosiddetto rappel à l'ordre con cui in Europa qualcuno cercava di raccapezzarsi in piena avanzata modernista. È il più grande illustratore vivente certo ma in un mondo che ormai è andato molto oltre la figurazione, e da un nel po'.

Mentre Karabekian “impara”, sviluppa una intensa relazione con la Kemp: entrambi hanno origini modeste, sono autodidatti, spaesati vuoi per vulnerabilità vuoi per inesperienza, alle dipendenze di qualcuno, incompleti; parlano di arte e di letteratura ma soprattutto frequentano il Museo di Arte Moderna. Questo fatto, più che una relazione sessuale tra i due, offenderà Gregory che caccerà l'apprendista (che intanto è in grado di eseguire la difficile prova di riproduzione che gli era stata assegnata dal maestro).

Vivere da illustratore è difficile negli anni della Grande Depressione: Karabekian è aiutato da un altro esule armeno che lo fa assumere in un'agenzia di pubblicità, questa nuova strana “arte” inventata dagli americani che sembra avere ancora bisogno di ingegni artistici come il suo.

Nel frattempo la guerra è alle porte e Karabekian si arruola: manipolando un ufficiale roso dal risentimento di non aver mai combattuto in guerra, egli si ritrova a fare parte di un'unità di soldati-artisti che ha il compito di occuparsi di camuffamenti e provocazioni al nemico, oltre che di occuparsi delle opere d'arte recuperate in Europa durante il conflitto.

Nel frattempo Gregory e la Kemp si sono trasferiti in Italia: lui finirà al fianco di Mussolini e poi fucilato col suo collaboratore dagli inglesi in Africa; lei sposata al nobile Bruno di Portomaggiore, ministro della cultura ed omosessuale, che Mussolini stima ma che costringe a sposare la Kemp per una questione di apparenze. Il conte di Portomaggiore è una persona colta, sensibile, ricchissima ed è oltretutto il capo segreto del controspionaggio inglese, come la Kemp racconterà a Karabekian nel 1950 quando si rincontreranno dopo 14 anni.

In guerra Karabekian si distingue per certe sue azioni, ma è anche costretto a confrontarsi con l'orrore di cui è capace l'umanità. Questo fatto conterà molto nella sua carriera artistica successiva poiché sarà al centro del suo pensiero estetico e di una sola ultima opera che mai mostrerà al pubblico fino alla vecchiaia.

Al ritorno dalla guerra Karabekian diviene progressivamente conosciuto: dapprima egli ha successo come uomo di affari e si limita a frequentare il mondo degli artisti americani (e nuiorchesi soprattutto) facendo loro anche da mecenate – prestando loro danaro in cambio di opere d'arte che andranno poi a formare la sua collezione, la più grande al mondo di espressionismo astratto; si sposa e sembra essersi sistemato, ma vuole entrare ancora di più in quel mondo di artisti, cosa che gli costa il suo primo matrimonio.

Già amico di Pollock e di Terry Kitchen, diviene artista specializzandosi soprattutto in un particolare stile monocromo di grandi campiture di colore che diventano di successo come astrazione, anche se egli segretamente vi intravede fenomeni figurativi inconfessabili.

La sua vita va avanti: successo economico, un nuovo matrimonio con una prestigiosa famiglia Wasp che non lo integrerà mai del tutto, il trasferimento fuori dalla metropoli assieme ad altri artisti e poi il tracollo creativo. Infatti le vernici da lui usate, tipico prodotto della moderna tecnologia post-bellica, si sciolgono e svaniscono, lasciando i suoi numerosi quadri tele bianche come nuove, come mai usate.

Ritiratosi dalla pittura egli vive molti anni in solitudine nella sua grande tenuta deserta, con la sola compagnia della servitù e con una rimessa chiusa a chiave contenente l'ultimo mistero della sua arte che molti vorrebbero conoscere. Si accompagna ad un altro artista fallito, uno scrittore alcolizzato e psichicamente instabile.

In questo contesto egli incontra la Berman che cerca un luogo dove concentrarsi per scrivere la biografia del defunto marito, ma che in realtà è sotto pseudonimo una famosissima scrittrice di libri di successo per ragazzi, non certo opere d'arte ma molto diffusi e letti dalla gente comune, comprensibili, lontani da ogni sperimentalismo avanguardista, banali.

Karabekian accetta la proposta ed inizia questo viaggio nel proprio passato e nel proprio presente; accetta l'esuberante invadenza della scrittrice che lo mette in discussione senza conoscerlo, smussandone gli spigoli e convincendolo a trovare un nuovo modo di aprirsi al mondo, a riflettere seriamente sull'arte e sulla società in cui si fa arte, sui motivi per cui si fa.

Terminate le rispettive opere non senza screzi e momenti di confronto, Karabekian è pronto a mostrare alla donna ed al mondo il contenuto della rimessa: la sua ultima definitiva opera dipinta sulle tele che anni prima si erano cancellate. Quest'opera forse intitolata “Adesso tocca alle donne”, mostra il momento esatto in cui Karabekian fu liberato dalla prigionia durante la guerra; è un imponente dipinto-monstre enorme, assoluto nel suo voler racchiudere nel momento di un'ultima imprescindibile figurazione l'unico messaggio che conta e che l'arte dovrebbe dare con chiarezza e senza “scarabocchi”: basta con la guerra.

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Lo stile ed il tono

Opera di un Vonnegut maturo, utilizza l'espediente della finta biografia narrata quindi in prima persona al passato. L'io narrante questa volta è veramente il pittore Rabo Karabekian le cui opinioni e stile corrispondono in parte a quelle dello scrittore Kurt Vonnegut. In questo modo lo stile della scrittura è quello informale e confidenziale di Vonnegut, con momenti di intensità alternati ad altri ludici e divertenti, finanche demenziali; in questo modo la narrazione scorre seguendo il filo dei pensieri dell'auto-biografo, una persona che pensa per immagini anche quando ricorda la propria storia e quindi compie piccole rappresentazioni pittoriche separate, scene di taglio quasi cinematografico che ricordano l'illustrazione, anche quella religiosa in sequenza come le vite dei santi o le sequenze tratte dalle scritture – in generale insomma le figurazioni biografiche.

È lo stile di un uomo semplice, di buoni studi e letture, con uno spiccato interesse per l'arte, poi passato per l'ambiente della militarismo maschile, per la brutalità della guerra, per i luoghi dell'arte avanzata, per i salotti bene della capitale mondiale della cultura novecentesca, per i circoli di pseudointellettuali snob, per l'alta borghesia americana e poi raffreddatosi nella delusione, nell'amarezza, nella solitudine, nella contemplazione di un mondo che si ama pur senza riuscire mai a comprendere nella sua ostinata violenza. Lo stile di un uomo che ancora sente premere dentro sé la voglia di dire ma che la soffoca, convinto che il mondo non voglia ascoltare, che il suo messaggio sia vecchio ed inutile, che le sue energie non siano sufficienti per cambiare le cose.

E si percepisce lungo l'opera il modo in cui Karabekian e forse lo stesso Vonnegut riconsiderano il proprio fare artistico ed il proprio essere nel mondo dopo svariati decenni e diverse esperienze tra le più importanti della storia recente: la crisi americana del ventinove, la seconda guerra mondiale, gli anni post-bellici del neocapitalismo e del consumo sfrenato, l'evoluzione del concetto di arte, il ricadere dell'umanità nei soliti errori. Uno stile tipicamente à la Vonnegut: burbero e dolce, serio e scherzoso, dosando i registri con una maestria che a pochi nel secolo si riconosce: senza sermoni, senza omissioni, senza vagheggiamenti, tutto incentrato sul più singolare eppure sul più universale dei temi e cioè la vita umana, quel fatto che ci rende soli tra molti, che ci destina a ripetere inconsapevolmente azioni già compiute da altri milioni in ogni tempo. La differenza tra il personaggio Karabekian e lo scrittore Vonnegut è netta soprattutto in un fatto: Vonnegut non si è mai arreso, non ha mai smesso di raccontare e di invitare alla riflessione, alla razionalità. Vonnegut non è mai stato l'artista eremita che scaglia strali dalla sua torre, indifferente, mentre fuori dalla porta c'è il bagno di sangue. Il tono vonnegutiano dell'opera al di fuori dello stile autobiografico di Karabekian rappresenta questa continua riflessione dell'artista sul mondo in quanto artista nel mondo; ma forse anche Karabekian era così e dentro di sé anch'egli ha rimuginato di continuo sull'unico argomento che conta, rappresentandolo poi nella sua opera d'arte definitiva e totale. Opera ben lungi da quella di Vonnegut che invece non ha mai preteso di raccontare tutto l'esistente, pur non tralasciando mai in ogni suo scritto di affrontare i temi che contano, ineludibili dall'artista che dal mondo trae la propria ispirazione dovendo però in cambio restituire responsabilmente qualcosa che migliori la vita, che aumenti il mondo, che accompagni l'umanità un passo avanti; ma senza didascalismi, senza pretese di una illuminazione superiore dell'artista rispetto all'uomo comune. L'artista vede, racconta, espone le proprie convinzioni senza inutili incomprensibilità; lo fa perché è il suo lavoro e Vonnegut qualche volta sembra quasi schernirsi del fatto che mentre ci sia gente costretta a rompersi la schiena, il suo lavoro consista soltanto nello scrivere; per questo lo fa con responsabilità, rigore.

L'opera ha sempre la strepitosa leggibilità dell'autore, questa volta senza i fuochi d'artificio della fantascienza, gli ingarbugliamenti con cui l'autore era solito sorprendere il lettore per poi giungere a scrollarlo ricordandogli che è solo un romanzo, una storia favolosa inventata da uno che semplicemente lo fa per lavoro e che approfitta, come da che mondo è mondo, di usare la storia per dire anche altre cose, in genere cose che pensa lui perché non si possono certo dire le idee di qualcun altro. Ed il fatto come sempre notevole di Barbablù è che le idee dell'autore vero traspaiono in maniera onesta, senza didascalismi, senza sentenze inconfutabili. Una storia personale di un pezzo di ventesimo secolo, di storia dell'arte contemporanea, di teoria estetica e sociale e quindi politica, di approccio alla senilità, di ripensamento del proprio ruolo nel mondo. E solo una vecchia volpe può usare una falsa autobiografia per farlo, una vera sarebbe stata pomposa e troppo autoreferenziale per chi come Vonnegut ha sempre rifuggito il ruolo di guida che spesso altri autori hanno avuto in certi ambiti (e lui stesso fu molto apprezzato negli ambienti della contestazione studentesca, della controcultura, di tutti quei luoghi facili all'accodamento al leader di turno, all'autore di grido).

L'importanza e la serietà degli argomenti, seppure magistralmente stemperati nell'ironia e nell'affetto di Vonnegut per i suoi personaggi e per i lettori, vengono affrontati con serietà pur senza mai interrompere la godibilità della storia che – come tutta l'opera narrativa dell'autore – è e resta narrativa contemporanea, un prodotto di finzione, una storia di quelle che gli uomini si raccontano per intrattenersi; questa volta però non ci sono le le onomatopee, i disegni, le canzoni, le spezzature della riga e tutti quegli espedienti usati in passato con mestiere esperto; stavolta no, persino agli esordi invece ce n'erano (i suoni e le canzoni in Piano meccanico, ad esempio). Ed è bello: si può ancora fare grande scrittura (e arte) senza (post)modernismi, senza vertiginosi stilismi, senza ostentate sperimentazioni; si può semplicemente dire quello che si deve dire, bene ed in sobria bellezza.

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Temi

L'opera, come altre dell'autore ricopre tematiche spazianti dal particolare al generale, intendendo di nuovo collegare i fatti degli individui a quelli della società (della Storia) cui appartengono. Il metodo dell'autobiografia/diario si presta ancora meglio della narrazione autoriale poiché ci restituisce il fatto percettivo del singolo nei confronti del contesto. Essendo questo singolo passato attraverso alcuni dei fatti salienti del novecento (il genocidio armeno, la seconda guerra mondiale, le avanguardie artistiche, l'America come superpotenza dominante, gli anni del cosiddetto riflusso) egli ne è un testimone alla propria maniera, praticamente la solita vonnegutiana dell'uomo comune attraverso i grandi eventi.

Argomento ancora scottante quello del genocidio armeno, preso ad esempio di un evento in qualche modo minoritario nella nostra narrazione storica (persino in America dove gli espatriati armeni sono comunità abbastanza folta), minoritario rispetto al Grande Male hitleriano ma non per questo meno atroce, importante, caratteristico della ciclicità della storia della stupidità e della violenza umane ma anche indicativo di come questo piccolo abitante dell'universo sia sempre in grado di adattarsi, reinventarsi, sopravvivere e creare universi a sua volta – per quanto spesso lo faccia con sconsideratezza e motivi tutt'altro che nobili.

Poi la Guerra Mondiale, lasciando anche intendere una critica ad un certo intendimento della società dei maschi secondo il quale solo il proprio dovere in battaglia renda una persona un Uomo; l'inutilità dell'apparato militare, il vuoto che esso crei nei suoi appartenenti, la retorica inutile del reducismo.

A seguire questo nuovo scintillante mondo americano in cui tutto sembrava d'oro, in cui sembrava che tutti potessero realizzarsi ed arricchirsi purché non ci si preoccupasse troppo di cosa accadeva oltre cortina (al di là dei dispacci ufficiali). Un mondo pieno di energie creative stemperate però nel consumo, nel sospetto, nella divisione e nella solitudine della nuova società ipermetropolitana, consumista, affamata, adorante l'apparenza e l'abbondanza.

Il ruolo degli artisti in questa società è diviso tra il degrado alla maschera di “creativo” magari nella pubblicità o nell'intrattenimento più basso e tra l'incarnazione dello stereotipo di artista maledetto all'europea, autodistruttivo, tormentato, spesso arrogante.

Karabekian paga lo scotto di essersi presunto un artista sentendosi più intelligente delle persone che fruivano della sua opera ed è stato punito con la perdita di queste opere. La tela che torna bianca è come fosse un messaggio che da qualche iperurano donde proviene l'arte lo avvisa sull'unica cosa che un artista debba dire e lo costringa a rimuginarci per anni, a condensarla, a strizzarla fuori dalla sua testa e dal suo cuore realizzandosi in un'unica finale opera d'arte totale (gesammkunstwerk) che riassuma tutta l'esperienza fondamentale dell'artista in un solo atto che lo rappresenti: in questo caso il dipinto, che a partire dalla propria genesi e dal titolo ci appare subito come un riassunto del secolo contenente anche i compiti dell'ora per la società.

Altri temi importanti sono quelli più squisitamente personali: il fare i conti col proprio passato ed il proprio operato nel mondo e per il mondo, lo scorrere della vita da assecondare senza lasciarsi travolgere, l'amore gli altri e per i fatti del mondo, il bisogno di comunicare, di non chiudersi mai definitivamente.

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Contesti e suggestioni

Se le (auto)biografie più riuscite sono quelle che non si limitano agli specialismi, alle cronache pedanti, alle notazioni di fatti e fatterelli spesso troppo concentrati sul dettaglio, Barbablù è una di quelle riuscite. Lo è perché non racconta solo la vita del personaggio nel dettaglio, raccogliendola solo come contesto di una storia americana ed internazionale, di come la terra dell'abbondanza ha conquistato tra l'inizio e la fine della seconda guerra mondiale un altro dei tradizionali domini europei, quello dell'arte, e facendolo l'ha trasformata con conseguenze che nel libro sembrano solo appena accennate ma che in realtà sono presenti e ben definite. Infatti la degradazione delle arti a questione di consumo se da un lato ha permesso una fruibilità maggiore di queste da parte dell'uomo comune, ne ha altresì permesso una degenerazione molto rapida, una corsa allo sfruttamento di ogni aspetto del rappresentabile e poi oltre, quando si pensava ormai che le ultime avanguardie europee avessero prosciugato le riserve del dicibile almeno nelle arti pittoriche e plastiche. Lo stallo teoretico del ventennio dei totalitarismi europei ha causato la nota fuga (o estinzione) di intelligenze nel vecchio continente e le nuove disponibilità (di energie, di libertà, di risorse economiche) ed il disimpegno etico offerti dall'America hanno portato a maturazione una nuova concezione di arte che già si stava sviluppando: arte non più come fenomeno estetico e quindi filosofico, ma arte come produzione di materiale visibile, vendibile, narrante, controllabile, di nuovo organico al sistema, che per quanto possa apparire sistema nuovo è sempre quello tradizionale diviso in dominatori e subalterni. E allora c'è il mecenatismo dei grandi capitalisti, le grandi imprese della produzione artistica (il definitivo dominio del sistema Hollywoodiano ad esempio, che tra i tardi anni trenta ed i primi quaranta si afferma in maniera assoluta – considerando che vent'anni prima la Germania era la patria del cinema inteso come arte), prosegue lo sviluppo della pubblicità come pseudoarte perché l'arte è degradata a comunicazione, poi arriva la televisione e di lì in poi l'entropia inghiotte l'umanità in un pozzo buio e senza possibilità di scampo.

Molti degli artisti americani in realtà non si comportano in maniera diversa dai loro predecessori-colleghi europei: è in genere uno stereotipo quello dell'artista a cui non interessa nulla del successo, della visibilità, della ricchezza; ogni artista vuole essere apprezzato e riconosciuto; molti di essi percepiscono il proprio ruolo e danno al mondo, lo migliorano; altri si occupano solo di bellezza oppure si nascondono nell'astrazione più fine a se stessa. In America c'è meno ipocrisia in merito: tutto è mercato, se tu vuoi comprare una cosa è lecito che io la venda e così l'artista è uno che fa cose che la gente vuole vedere: cosa faccia e perché è un dettaglio, la confezione del prodotto; è un percorso inverso quasi: non più la bellezza dall'alto che la gente vuole, ma la desiderabilità nata da sé stessa o dalla firma dell'autore famoso – i nipotini di Duchamp vendono cessi senza ironia, e le persone li comprano senza ironia – e poi infatti tra i pochi movimenti americani che risulteranno vagamente d'avanguardia in un simile ambiente c'è Fluxus (in cui praticamente qualunque cosa in qualunque contesto può farsi arte – per quanto con un certo sforzo di immaginazione e per quanto siano cosa che più o meno si erano già viste in embrione in DADA ed accadranno meglio col Situazionismo – comunque purché ci sia impressa la firma-brand Fluxus) – e poi ci sarà Warhol che sommerso dalla spazzatura mediatica americana si renderà conto che nel bene o nel male il referente dell'artista contemporaneo trattasi proprio quella immondizia, quelle star non-morte, quella allegra celebrazione della morte che altro non è che la tardonovecentizzazione di Bruegel, Velasquez, Goya: re morti, mondi devastati, aristocrazie oltreumane, detriti-merce e scatenate totentanz rock'n'roll – Warhol chiacchierato ma poco compreso infatti, finissimo conoscitore dell'arte europea antica che già nessuno aveva più voglia di studiare.

Barbablù è una sorta di teoria estetica vonnegutiana, anche se lo scrittore ad una simile definizione avrebbe sfoggiato la consueta ritrosia dissacrante. Eppure ritroviamo nell'ultima opera che Karabekian ci mostra alla fine del libro una concezione dell'arte che non possiamo non ricondurre ad un ipotetico asse estetico/politico che va da Brecht a Guernica di Picasso (e che potrebbe avere nelle varie arti antenati eccellenti troppo numerosi da citare – Delacroix? David? Zola? E quanti altri?): l'artista che vorrebbe raccontare le cose belle che vede, i grandi amori, farsi i fatti suoi, trastullarsi persino, ma che per la sua sensibilità (coltivata, allenata, non scesa dal cielo) e per il suo ruolo conscio di artista moderno (cioè che ha una volontà artistica, che fa arte consapevolmente) percepisce la frattura del mondo, il tema in cui nel suo tempo egli non può esimersi di affrontare: l'imbianchino brechtiano, la follia della guerra, il punto di rottura tra un vecchio ed un nuovo mondo (“Libertà che guida il popolo”, “La morte di Marat”), la geometrica (ed in parte gioiosa) follia della modernità come unica possibilità del rappresentabile pittorico post-Guernica (il tardo Mondrian), le icone dei nuovi santi e delle loro reliquie-merce (Warhol). Ben vengano gli sperimentalismi, i nuovi punti di vista, le nuove forme, ma ciò di cui si deve parlare sempre è quello che l'artista deve vedere fuori dalla finestra del suo atelier: la violenza, la sopraffazione dell'uomo sull'uomo, la stupidità umana, la morte che alla fine vince su tutto ed a cui sopravvivono solo le opere dell'uomo che durano oltre la vita del proprio creatore e che recano alla generazione successiva la loro testimonianza sempre uguale dalla notte dei tempi (o almeno dalla nascita dell'epica e della tragedia classica ): non siamo soli, abbiamo paura della morte e del buio, vogliamo fare ciò che sentiamo giusto, non ci piace che qualcuno ci comandi, siamo tutti uguali, ci amiamo ma siamo costretti ad odiarci, qualcuno ci toglie ciò che è di tutti, stiamo tutti facendo lo stesso viaggio, abitiamo nella stessa casa, siamo un'unica famiglia. L'arte è la scia di orme lasciate dall'umanità in cammino nella storia e come ogni traccia passata indica dove siamo stati e dove potremmo/dovremmo andare.

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E ora tocca alle donne

L'ultima opera pittorica di Rabo Karabekian è un dipinto realizzato sulle tele recuperate dallo scioglimento dei vecchi dipinti Astratto-espressionisti del pittore. Egli quasi a voler espiare il fatto di essere voluto diventare pittore moderno pur provenendo dal' illustrazione propone una rappresentazione figurativa ispirata all'immagine che il pittore ebbe alla fine della guerra, quando su una radura al centro dell'Europa si erano ritrovati i prigionieri liberati dei lager, i militari tedeschi allo sbando, gli abitanti della zona. Uomini con tutte le divise, comprese quelle del degrado e dell'annientamento, risputati fuori dalla guerra apparentemente finita (ma in realtà trasformatasi in qualcos'altro, solo assopitasi, sempre pronta a manifestarsi nella storia dell'umanità). Tra di loro le donne irriconoscibili, annientate nella loro essenza dalla prigionia nel campo di concentramento (o dalla maschilizzazione dell'apparato militare, essendo le questioni belliche fatto esclusivamente maschile). Ed il titolo dell'opera apre a molte suggestioni: “E adesso tocca alle donne”.

Osservando le donne della vita di Karabekian possiamo lasciarci suggestionare da un'idea che Vonnegut sembra volerci dire (o forse ce la leggiamo noi usando come ultima chiave il titolo del quadro). La madre di Karabekian è una sopravvissuta del genocidio: ha trovato dei gioielli su un cadavere (di donna) e li ha presi (tranne quelli che la donna aveva nascosti in bocca) e con quelli intende mettere in salvo se stessa ed il marito. Vengono truffati (il marito, con la promessa della terra – quindi il tradizionale amministratore/capofamiglia messo in discussione). Quando in America essi sono abbattuti ed il marito si sente amareggiato e sconfitto è lei a mandare avanti la famiglia: incoraggia il figlio a farsi strada, ad esplorare le proprie possibilità.

La Kemp è uno degli esempi dei tipi di donna della modernità: intelligente ed ambiziosa è costretta dalle circostanze a vivere all'ombra di uomini discutibili, potenti, a cui è permesso tutto comprese stupidità e violenza. Lei è autodidatta, vive degli avanzi di autonomia di Gregory e guarda caso viene “amata” e rispettata solo da un uomo dalla spiccata sensibilità femminile, l'omosessuale Conte di Portomaggiore. Si prende cura del giovane Karabekian, lo incoraggia, ne intuisce il potenziale. La colpa nei confronti di Gregory va ben oltre il tradimento fisico e sentimentale: ella ha commesso la grave colpa di autonomia intellettuale e culturale – peccato imperdonabile per una donna di quegli anni (e di questi).

La ex moglie di Karabekian dimostra scarsa comprensione per il suo voler abbandonare il mondo della finanza e darsi all'arte (e per di più ad un arte per specialisti, che agli occhi di molte persone è incomprensibile): non è per ottusità della donna, per sua scarsa erudizione; l'arte di quegli anni (e di questi e dell'antichità) è un fatto tipicamente maschile (l'arte dominante è quella della classe/genere dominante); per lei sembra tutta una questione di combriccole tra maschietti come il calcetto, mentre ci sta una famiglia/mondo da mandare avanti.

La cuoca che abita con la figlia a casa di Karabekian non ha interesse per le molte famose opere che vede esposte dove vive: molte non parlano alle persone semplici, molte persone vengono scoraggiate ad amare l'arte, molte opere non dicono nulla a nessuno; stessa cosa per sua figlia: vive in un mondo disconnesso da quegli Elisi rappresentati dalla più grande collezione al mondo di opere di Espressionismo Astratto: nessuno gliel'ha spiegata – gli artisti stessi sono morti, delusi, troppo integrati per farlo – ed il sistema la tira in un'altra direzione, il romanzetto-massa ad esempio, ma si direbbe la televisione oppure oggi l'intrattenimento in rete.

La Berman è una donna forte ed intelligente, piena di fissazioni come tutti: anche lei ha vissuto all'ombra di un uomo importante (che comunque amava) ed ha dovuto ritagliarsi la sua nicchia di autonomia e fama scrivendo sotto pseudonimo; scrivendo non grandi opere d'arte ma romanzi che hanno successo, che piacciono alle persone – quasi un richiamo di nuovo alla madre che nutre semplicemente la famiglia mentre l'uomo se ne sta nel suo studio ben pulito e ben nutrito (da una donna) a scoprire l'universo. Anche la Berman ha una sua avversione per certa arte eccessivamente museale – o per la villa/museo di Karabekian, ed una fissazione per certe cianografie pittoresche di cui è pedante specialista. Ma anche lei ha un suo tormento ed una sua missione e forse poter scrivere per la prima volta in libertà, col proprio nome la spaventa. E gli uomini dell'opera completano questo quadro: gli uomini che fanno la guerra, gli uomini che credono di potere (e sapere) decidere tutto ma che poi restano devastati dai fatti della vita che credevano di padroneggiare: dal dolore, dall'abbandono, dalla sopraggiunta insicurezza, dall'incapacità spesso di agire al di fuori del ruolo imposto (l'uomo come cosiddetto bread-winner che però non sa svolgere alcuna attività di manutenzione di sé o del proprio ambito domestico – delegate/imposte alla donna rimessa a lavorare in casa dopo la provvisoria libertà conquistata durante la Seconda Guerra col bisogno di manodopera, fatto tipicamente americano), uomini che a forza di manipolare i grandi temi di cui erano così orgogliosi sono totalmente sopraffatti dalla quotidianità, dalla vita, dal mondo che cambia e loro sono incapaci di adattarvisi.

È quindi l'arte diventata incapace di parlare ad una società in cui gli individui non accettano più pacificamente i ruoli e gli status imposti loro dal sistema di potere? Il tradizionale apparato iconico era tarato per comunicare con una società fatta di ruoli fissatisi lungo i secoli: classi dominanti e subalterne, ruoli di genere eccetera. Ci si è sempre interrogati sul ruolo della donna in questi millenni di arte e spesso certa obsoleta ed ingiustificabile ideologia ha giustificato fin troppo facilmente la predominanza assoluta del maschile nelle arti, nella cultura, nel sapere, nel potere – ma la risposta, non per usare uno slogan ma per sintetizzare un discorso qui troppo esteso, è nel fatto che “le idee dominanti sono quelle della classe dominante”. Occorrere leggere Virginia Woolf per avere le idee chiare in merito: nessuno lo ha detto meglio di lei (“Gita al faro”, “Le tre ghinee”).

Resta dalle suggestioni dell'opera di Karabekian/Vonnegut un fatto che era ora venisse ripetuto anche nell'ambiente della letteratura ai confini del mainstream, da uno scrittore sempre lucido e sempre battente sui temi caldi della sua epoca, da un autore vicino alla fantascienza (altro ambiente molto maschile), da un autore interno al mondo della critica sociale e dell'impegno civile (di nuovo dove spesso si ripropongono i modelli di opposizione di genere); il fatto è questo: le donne non fanno la guerra; quindi dopo i genocidi del novecento, dopo la Shoah, dopo due guerre mondiali e dopo decenni di bellicismo in nome del capitale, di massacro della biosfera (della “casa” quindi), di economia (“legge della casa”) scellerata ed assassina e con lo Spettacolo a celebrare il tutto, dopo tutto questo “Ora tocca alle donne”. Detto da un uomo ad altri uomini.