Kurt Vonnegut: Madre notte – Mother Night (1961)

 (di Paolo ARENA)

 

La storia

Stile e tono

La banalità del male, il “metodo Spielberg” ed altre cose

 

La storia

La storia è raccontata nell'opera in maniera retrospettiva partendo dalle memorie di Howard Campbell che si trova prigioniero in attesa di processo in Israele, per i crimini commessi lavorando per il regime nazista.

Howard W. Campbell Jr. è uno scrittore, drammaturgo, poeta e speaker radiofonico di origini americane ma naturalizzato tedesco durante l'infanzia. Con l'ascesa al potere dei nazisti egli si trova a lavorare per il ministero della propaganda, diventandone l'operatore più apprezzato e trasmesso fino a ricoprire un ruolo di primo piano nella macchina politica nazista: produrrà sagaci satire antisemite, retoriche belliche, esortazioni nazionaliste e altro materiale efficacissimo.

 

Era però stato avvicinato un giorno da uno strano individuo, Frank Wirtanen, ben informato su di lui; Wirtanen lavora per il governo americano e vuole che Campbell diventi una spia, che trasmetta messaggi all'interno dei suoi programmi radiofonici all'insaputa di tutti, persino della propria moglie.

Campbell pur riluttante accetta e non certo per patriottismo. La guerra degenera e lui vi si trova coinvolto in pieno: gli apprezzamenti da parte del reich, l'orgoglio della moglie Helga, l'amore della cognata Resi, il rispetto del suocero.

Sul finire della guerra viene catturato dagli alleati ma fatto fuggire per via del suo status di agente doppiogiochista: ciò che ha fatto non può essere reso pubblico, ma Wirtanen può almeno salvarlo dai processi e dall'odio. La moglie invece è scomparsa presumibilmente in Russia.

Rifugiatosi a New York, l'unica città così affollata e folle da potergli concedere una assoluta invisibilità si trasferisce a Greenwich Village (il quartiere già casa di spiantati, artistoidi, uomini ai margini della società). Qui fa amicizia col suo vicino pittore George Kraft (in realtà Iona Potapov, spia russa) e vive una vita ai minimi termini, dosando con attenzione i suoi risparmi (in realtà godrebbe di certe rendite ereditarie, anche se i genitori morirono credendolo un traditore) e trascinandosi di giorno in giorno senza riuscire ritrovare sé stesso, a riconoscersi.

Nel giro di poco tempo viene rintracciato da diversi personaggi.

C'è un ideologo dell'ultradestra americana, odontoiatra, teologo autoproclamato ed editore di pamphlet filonazisti ed anticomunisti; il suo strano entourage, tra cui il Fuhrer di Harlem, un afroamericano che era stato collaborazionista dei giapponesi.

C'è Helga, che sembra ritornata dopo un burrascoso periodo di prigionia in Russia ed è intenzionata a ricongiungersi col suo grande amore, al quale tra l'altro ha portato tutta la raccolta delle sue opere salvatasi dalla Berlino in fiamme (opere che Campbell non è affatto felice di aver ritrovato).

C'è Bernhard o'Hare, ex militare che aveva arrestato Campbell in Germania, la cui vita va un po' a rotoli e di questo accusa Campbell, che secondo lui non ha espiato le proprie colpe; egli è un veterano amareggiato dall'essere rimasto escluso dal benessere americano postbellico cui era sicuro di avere diritto.

Ci stanno anche gli Epstein, madre e figlio, sopravvissuti di Auschwitz e vicini di Campbell: lei è una combattiva signora decisa a ricordare e battersi ancora, lui un medico desideroso di dimenticare tutto e di avventurarsi nel futuro che l'America promette, pur essendone ancora rimasto ai margini.

Fa anche alcune apparizioni Wirtanen, sempre ammantato nell' irrintracciabilità, che gli dà alcune informazioni fondamentali sui piani che gli altri personaggi avrebbero su di lui.

Infatti Helga in realtà è sua sorella Resi, che lo ama sin da bambina e che è un'agente russo d'accordo con Potapov/Kraft: i due vogliono portare Campbell in Messico e da lì in Russia, per montare un caso sui rapporti ambigui tra governo americano, ex-nazisti e lotta al comunismo.

Nel frattempo il neonazista Jones e la sua strana corte dei miracoli vogliono fare di Campbell un eroe e per questo pubblica il suo indirizzo e lo rende rintracciabile ad O'Hare; inoltre essi sono manipolati dai servizi segreti americani, perché Helga/Resi è giunta presso Campbell grazie a questa strana combriccola di “white supremacist” del tutto ignari dei doppi e tripli giochi alle spalle della faccenda. Essi portano Campbell ad una delle loro riunioni per motivare le loro “schiere” di bravi americani bianchi pronti a lottare contro il comunismo, in realtà un manipolo di ragazzi un po' mammoni e del tutto imbelli.

Resosi consapevole dell'impossibilità ad essere sé stesso, dilaniato tra le molte identità che gli sono state imposte Campbell decide di mettere nel sacco tutti e di consegnarsi spontaneamente per essere processato in Israele: troverà un sionista nuiorchese desideroso di fare la sua parte e di consegnarlo. In Israele il cerchio si chiude, giusto in tempo per incontrare Eichmann in carcere: il nazista gli chiede dei consigli in merito alla scrittura (ad esempio se sia veramente necessario avere un agente).

Wirtanen farà la sua ultima comparsa per salvarlo dalla condanna rivelandosi finalmente come agente del governo ed ammettendo che Campbell era effettivamente un agente americano.

L'uomo dopo aver avuto la vita rovinata e dopo aver avuto un triste assaggio di ognuna delle ideologie dominanti del pianeta si propone di fare un drammatico uso della libertà rimastagli.

*

 

Stile e tono

Vonnegut maturo, leggera serietà e seria leggerezza per il tema dei temi, per il Mostro filosofico e politico novecentesco per eccellenza: il totalitarismo (nazista). Come raccontarlo? Come cercare di rappresentare le azioni delle molte tipologie di persone coinvolte in quel fatidico pugno di anni che hanno cambiato irrimediabilmente l'umanità?

Lo scrittore adotta uno stile di memoriale di cui si propone come curatore, simulando i resoconti scritti da Campbell già in carcere ma non per questo risparmiando ai lettori la possibilità di godere di sorprese, fertili sfumature, passi di notevole intensità, ironia dissacrante, musicalità, metanarrative e altro.

Lo stile è costruito a “micro-capitoli” incentrati su un tema od un personaggio, a volte collegati col successivo, mai troppo descrittivi e sempre titolati in maniera allusiva al proprio contenuto, seppure a volte occorra un po' di tempo per arrivare al nesso. La prima persona dello stile memorialistico rende il lettore partecipe dei dubbi e delle angosce del personaggio (e dell'autore) e non risparmia i generosi tentativi dell'autore di ascoltare qualunque voce persino, appunto, quella dei cattivi per eccellenza del secolo breve.

Non è il Vonnegut “di fantascienza” in cui la penna viaggia sfrenata dipingendo liberamente col tratto che più gli aggrada, assecondando la fantasia senza freni pur tenendo saldo all'amo l'argomento in questione; qui c'è un progetto preciso ed un genere che ammesso esista necessita di un saldo legame con la “nostra” realtà: fantastoria, alternative history, chiamiamola come più ci aggrada; è un romanzo storico, nel senso che prende spunto da fatti realmente accaduti ed usa persino persone reali come personaggi (marginali, certo) per raccontare una storia possibile, probabile persino; ogni schieramento novecentesco ha avuto i suoi agenti ben inseriti nelle società avversarie: propagandisti, informatori, cospiratori, agitatori, doppiogiochisti; quanti agenti senza nome saranno comparsi ad impartire ordini a persone qualunque chiamandole in causa in battaglie che solo in apparenza si combattevano in nome della libertà?

Il tono è spesso ironico ed impietoso con la stupidità delle strane ideologie a cui spesso si dedica l'uomo, al male cui decide di dedicarsi nonostante la storia abbia ormai parlato chiaro; i personaggi hanno spesso i loro “a solo” che altrettanto spesso proseguono nel ridicolo delle loro vicende o dei loro ideali, in realtà coerentissimi con certe realtà davvero presenti negli Stati Uniti e non solo, negli anni sessanta e non solo.

Per questo il protagonista di Madre Notte attraversa tutte queste vicende ed è l'unico che sembra mantenere una certa lucidità, proprio perché si è trovato doppiamente dalla parte del torto: spia e traditore, certo, ma dei “cattivi” e dalla parte dei “meno cattivi” che combattevano contro i “cattivissimi”: chi è chi? Vonnegut non ce lo dice: usa l'ingarbugliarsi dei doppi giochi e dei tradimenti per svelare l'inutile ambiguità ideologica degli assolutismi politici e morali che si ripetono nonostante le conseguenze siano ben note, fino ad ammonire l'America sua contemporanea sul fatto che tutta questa libertà sia pericolosa se non si sa cosa farsene e soprattutto che si tratti persino di libertà di essere stupidi.

Un tono mai sconfitto, allegro nella malinconica consapevolezza che rischiamo di farci molto male se non la smettiamo di farci male l'un l'altro; una scanzonata derisione degli imbrogli dell'ideologia, della caparbia imbecillità umana; un triste serio e leggero omaggio alle vittime dell'inane tritacarne del ventesimo secolo – e con questo stile particolare riesce ad avere rispetto di tutte le vittime, di tutti gli schieramenti, pur senza astenersi dal puntare il dito per indicare chi ha fatto cosa, ma neanche astenendosi dal dire chiaramente chi lo stia facendo ora.

Madre Notte oltre ai momenti di ironia riesce ad essere lieve e malinconico come un notturno, ha una musicalità che spazia dalla marcetta propagandista al jazz newyorchese (e penso al quadro “Victory Boogie Woogie” di Mondrian, alla sua etica cartesiana come la intendeva Argan) all'opera fraintesa (il Wagnerismo del Reich); musicalità che trovo accentuata dalla sincope della divisione in capitoli brevi, di taglio cinematografico quasi.

I temi di Madre Notte sono forse i più seri e meno universalisti dell'opera di Vonnegut.

Non bisogna relegare il libro al filone del “vincere facile” prendendosela coi nazisti; la “reductio ad hitlerum” per cui ad un certo punto qualcuno dà del nazista ad un altro e si va in stallo perché tutti sono contro i nazisti (persino quelli che oggi fanno il nazismo del ventunesimo secolo e cagionano ancora la morte a milioni di untermenschen, nei mari, nei deserti africani, nei ghetti del nord del mondo).

Vonnegut non è uno sfruttatore del filone: egli è un testimone diretto della barbarie, sopravvissuto alla prigionia nazista ed ai bombardamenti inglesi, ma anche forse un sopravvissuto alla società del consumo avanzato americana, che aveva cercato di intrappolarlo (fu pubblicitario, lavorò per la General Electric).

Da persona informata e da uomo civile egli riesce a dare una voce coerente a tutti, persino ai personaggi più strani che si aggirano nei sotterranei della strana società in cui vive.

Madre Notte parla dell'umanità durante e dopo i decenni dei totalitarismi e della guerra mondiale: di come sia cambiata, di come rischi di ripetere gli stessi errori (ma errore è qualcosa che si compie involontariamente, qui invece parliamo di atti di male deliberato, per quanto dovuto ad una temporanea stupidità di cui Vonnegut parla spesso usando con abbondanza espressioni alla “così è la vita” che cercano di recuperare l'umanità e quindi la naturale fallibilità di ogni atto, pensando più alla ricostruzione ed al superamento che alla semplice e sterile accusa).

Prende onestamente in giro una certa innegabile fascinazione americana per il nazismo, una possibilità di deriva soggiacente e congenita in una società già fondata sullo sterminio, sul genocidio; e ricorderemo che il nazismo si interessò della “soluzione indiana” statunitense, e nell'opera Goebbels usa ed apprezza il “discorso di Gettysburg” di Abramo Lincoln, e poi il pensiero ci va naturalmente ai “Nazisti dell'Illinois” del film Blues Brothers, passando però per gli inquietanti “Diari di Turner” così popolari negli ambienti dell'ultradestra suprematista bianca americana (spesso alla sanguinosa ribalta delle cronache), opera tra le ispirazioni dei fatti di Oklahoma City e dei precedenti di Waco in Texas; un fatto così americano questa fascinazione che Vonnegut la incolla persino al Fuhrer di Harlem, afroamericano e filonazista in paradossale equilibrio.

L'opera è anche una riflessione sui conti aperti della storia: in senso lato ed universale e poi personale, di chi questa storia la porta ancora attaccata addosso senza riuscire ad andare avanti e spesso diviso in due: Campbell il doppio e triplo: americano convertito al nazismo riconvertito alla causa americana – che chiama il suo rapporto con la moglie “uno stato a due”; Kraft/Potapov la spia russa in procinto di tradire; Resi la doppiamente sopravvissuta (e doppiamente doppia: sorella, finta moglie, agente russa manovrata dagli americani ma in procinto di tradire anche la causa sovietica); l'America paladina della democrazia però armata, i cui cittadini sono liberi ma solo di obbedire, la cui democrazia si misura anche dalla possibilità di accogliere nel proprio seno la stessa negazione della democrazia, paese in cui l'ultradestra “libertarian” si dice contro il fascismo; la Russia che nasce dalla rivoluzione del popolo e si fa totalitaria; tutto doppio e doppiamente doppio, ambiguo, mai definito, perché l'uomo è fallibile, imperfetto, meravigliosamente incompleto.

I conti aperti della storia: Israele impegnato a scriverla (giustamente per impedire che si dimentichi, ma anche per ritagliarvisi finalmente un ruolo ed iniziare così ad esistere ufficialmente); gli ebrei americani divisi tra coloro desiderosi di tirare finalmente i remi in barca e coloro che vogliono ancora lottare, affermarsi, battersi per il proprio retaggio; i cittadini medi americani ritrovatisi senza accorgersene più a destra di coloro che hanno combattuto pochi anni prima.

Campbell è un uomo sballottato qua e là dalle mareggiate della storia, a volte sulla cresta dell'onda ma irrimediabilmente travolto come tutti, anzi in maniera più grave avendo potuto sbirciare gli ingranaggi di questa macchina stritolatrice senza potersene liberare. Egli è desideroso di trovare la pace e pensa infine che l'unico modo possibile sia farsi volontariamente tassello di questo mosaico eternamente incompleto, di mettersi al posto che egli crede che gli spetti quando non spera più che il governo americano per cui ha lavorato voglia restituirgli la vita di cui si è servito senza scrupoli.

Campbell ha vissuto trionfando nel paese sconfitto e da perdente nel paese vincitore; stritolato da entrambe le ideologie in un gioco di specchi che riflettono nient'altro che specchi, di ideologie simmetriche, forse di quelli che tempo dopo si chiameranno estremismi opposti; perché in fondo se in un totalitarismo nulla è permesso mentre in America lo è tutto, si tratta di una moneta truccata con due facce uguali.

Un'opera delicata, seria, triste ma non arresa; sorride dell'orrore degli orrori.

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La banalità del male, il “metodo Spielberg” ed altre cose

Chiamo “il metodo Spielberg” (dalla saga cinematografica di “Indiana Jones”) l'artificio retorico di “vestire da nazisti” gli antagonisti dell'eroe, così da giustificare ogni atto di spericolata violenza dell'opera senza ricevere penalizzazioni di “Audience Rating”, quasi che mostrare cinematograficamente atti di violenza contro i nazisti non conti poiché esse non sono umani; tutti odiano i nazisti e quindi non c'è il rischio di accuse di compiacimento a mostrarli uccisi in fantasiosa abbondanza (fino al tarantinismo pop-storico tipicamente americano di “Inglorious Basterds”).

In rete si definisce “reductio ad Hitlerum” la possibilità che durante una conversazione telematica il dibattito degeneri in litigio fino al punto in cui qualcuno accusi qualcun altro di essere un nazista: nessuno è peggio dei nazisti.

Lo stallo logico-politico della contemporaneità è ancora un tema controverso per molti, come se fosse ancora necessario dibatterne e non fosse chiaro cosa sia successo (e cosa stia succedendo levianamente ancora, seppur travestito da altro: ci sono campi di concentramento, si viene uccisi a causa della propria etnia, l'uomo sfrutta l'uomo).

Eppure Vonnegut dà la parola a tutti, contestualizza dove sia il male ed il bene senza dogmi e senza assolutismi da vero pensatore libertario, da vero sopravvissuto a quella fatidica pioggia di bombe che certo colpiva i nazisti, ma è difficile riconoscere il credo politico di una persona dopo che il suo corpo è stato ridotto in cenere. Chi è il buono? Chi il cattivo? Vonnegut non lo sa, non lo afferma come verità assoluta ma lo scrive, lascia che sia il lettore a pensare per proprio conto: uomini che lanciano tonnellate di bombe su una splendida città piena di gente innocente (ma poi anche se fosse colpevole?) – chi è il buono e chi è il cattivo? Un cinico e spietato speaker di propaganda nazista che ha ispirato a compiere atti sempre più abominevoli, ma che contemporaneamente lavora per “i buoni”, gli alleati: alleati di chi e in nome di cosa? Dipende a chi lo chiediamo: ad un reduce dello sbarco, ad un caduto “sulla strada gelata” di Stalingrado, a Winston Churchill, ad un fantaccino italiano sballottato qua e là dal duce e dal re, ad un partigiano.

Vonnegut scrive negli anni caldi dei due decenni dopo la guerra in cui l'America riscriveva parte della storia in chiave anticomunista, ma non gli Americani, molti dei quali quella guerra l'avevano vissuta, sfuggita in Europa emigrando, subita. Vonnegut affonda la penna nel ventre caldo della storia e della contemporaneità e ne trae un affresco di un'umanità smarrita come sempre, violenta come sempre, stupida come sempre, meravigliosa come sempre; scrive negli anni dei “Dottor Stranamore” arruolati con disinvoltura dagli stati uniti per progredire nella lotta antisovietica, scrive forse in uno degli anni più caldi del ventesimo secolo.

Guardate che anno il 1961: in Algeria i francesi di De Gaulle (altro protagonista della seconda guerra mondiale) sono in ritirata, Kennedy giura (“E dunque cari americani: non chiedete cosa...”), I russi (e poi gli americani) vanno nello spazio, la cosiddetta “Baia dei Porci”, Giovanni XXIII indice il “Concilio Vaticano Secondo”, Kennedy incontra Kruscev sulla questione nucleare e berlinese, muore Hemingway, nasce Obama, Berlino è divisa, nascono i Beatles, nasce Amnesty International, la prima marcia “Perugia-Assisi”, inizia l'intervento Usa in Vietnam e a dicembre viene pronunciata la sentenza del processo Eichmann, arrestato l'anno prima e giustiziato l'anno dopo.

Quest'ultimo fatto è importante per collegare il romanzo di Vonnegut ad un'opera fondamentale del ventesimo secolo: “La Banalità del male” di Hannah Arendt (1963). La filosofa aveva seguito il processo e scritto (per il New Yorker) prima che poi ne nascesse il libro, per certi aspetti controverso ma assolutamente cardinale per la comprensione di questioni prima fraintese riguardo il nazismo e le modalità che portino l'uomo crearlo. Nel libro di Vonnegut (e nell'opera di Vonnegut) troviamo espressa una concezione molto simile a quella che la Arendt estrapola dal comportamento di Eichmann e che per certi versi capovolge la concezione del nazismo fino ad allora diffusa: non più demoni assetati di sangue, folli e sanguinari nicciani alla conquista del mondo ma persone qualunque, che hanno delegato la propria responsabilità di agire e pensare fino all'annullamento, all'assoluta meccanicità delle loro azioni senza alcuna considerazione dei rapporti di causa ed effetto. Per Vonnegut: l'assoluta rinuncia alla propria personale intelligenza, l'abbandono alla stupidità, alla tecnica.

Campbell nell'opera incontra Eichmann nel carcere israeliano: Eichmann lo riconosce e gli chiede consigli di scrittura (occorre scrivere ad un orario regolare?) e questioni puramente amministrative (è veramente necessario un agente letterario?) quasi si preparasse a fare parte di questo nuovo mondo postbellico americanizzato, quasi non pensasse neanche di poter essere condannato perché non ha commesso alcun crimine; mentre Campbell è smarrito, straziato, fatto a brani dai molti poteri che lo hanno sfruttato e che vogliono ancora sfruttarlo. Quella di Eichmann è una comparsa fugace, eppure ne percepiamo la piccola umanità, non l'incapacità ma il non interesse a riconoscersi come parte dell'ingranaggio sterminatore nazista, mentre Campbell fin da subito aveva ben chiari i fatti e dimostra (come la storia ed i documenti dimostrano) che tutti sapevano tutto, ma forse negavano interesse ai fatti o sublimavano nella paura ogni sensazione di ingiustizia di cui potessero sentirsi parte. Parte consenso, parte paura la ricetta del totalitarismo come ce l'hanno insegnata.

Madre Notte (titolo di origini faustiane, altra allusione) è un'opera di finzione, per di più appartenente grossomodo alla cosiddetta letteratura di genere eppure non credo abbia dignità inferiore al grande lavoro della Arendt; è accessibile, lieve ma profondo, americano senza alcun riguardo per una società che sta continuando a sbocciare in quegli anni inquieti ed in cui chi è disposto a mettere da parte gli scrupoli può ancora fare fortuna; mostra la sensibilità dell'autore a certi temi non solo perché tutto sommato l'indotto del ventennio nazista rappresenti una dispensa inesauribile di trame e possibilità per uno scrittore (Spinrad, Dick, ma quanti altri? E solo per parlare delle opere di fantasia che non aspirino a rappresentare fedelmente il reale; quanto cinema di guerra? Quanta televisione, letteratura? ); dispensa a cui Vonnegut però attinge sobriamente, con un fine preciso e non per sfruttare e spettacolarizzare o per fare facile terrorismo sociologico (“guardate come staremmo ora se avessero vinto i nazisti!” potrebbe chiedere al pubblico un lettore di fantascienza di consumo). Un esempio: nel 1962 esce il film Il giorno più lungo sorta di manifesto definitivo dell'americanismo bellico e postbellico, spettacolare opera con le più grandi star mondiali, le migliori maestranze, la più evoluta tecnologia che però non lascia nessun spazio d'ombra su cui si possa riflettere, su cui si possano avere dubbi.

Vonnegut insomma racconta una storia di uomini comuni travolti dalle mareggiate della storia, ma proprio perché comuni vulnerabili alla stupidità ed al male che irrompe nel quotidiano ed in qualunque epoca, anche nella ricca e progredita America del 1961, in cui ci si sente proiettati verso il futuro anche se quel futuro rischia di essere ben peggiore delle peggiori distopie; ed infatti è di quegli anni la nascita dell'utopia Disneyana di EPCOT, ed è ormai cosa documentata come la pensasse Disney su certi fatti del mondo. Anche se riferita ad un altro contesto, un altro scrittore di fantascienza coniò l'espressione “Disneyland con pena di Morte”: William Gibson, emigrato in Canada nel 1968 per evitare la coscrizione che forse lo avrebbe spedito in Vietnam. Vonnegut lo diceva da anni: il mondo è un posto bello e pieno di gente interessante a cui accadono i fatti più strani; il problema è che occasionalmente l'uomo ceda alla stupidità ed al male e uccida altri uomini; presto l'uomo andrà nello spazio e anche lì troverà il modo per cacciarsi nei guai; non sarebbe meglio riflettere un po' prima di agire?

Il messaggio dello scrittore non è mai contorto, astruso, intellettuale. Egli non ha mai fatto parte di conventicole di intellettuali, movimenti, gruppi di potere: si informa, condivide la propria esperienza, esprime la propria opinione; è un narratore di favole, che da sempre parlano di fatti veri, hanno una morale onestamente esposta senza didascalismi malamente travestiti, sono scritte da uomini e rivolte agli uomini e spesso, ma Vonnegut ci avverte di questo, tendono a diventare religioni; e questa ri-legatura tra gli uomini è ciò di cui fa venire voglia la lettura di Vonnegut: di volgersi verso chi ci sta accanto, un essere umano come noi, e dirgli: “ciao, sai cosa ho letto di bello oggi?” e una candela ne accende un'altra.