P.K. Dick – Un oscuro scrutare – A scanner Darkly 1977

(di Paolo ARENA)

1. Trame

2. Stile

3. Società interna all'opera, contesto esterno

4. Un Futuro low-tech

5. La spaventosa tecnologia dello specchio

6. Temi

 

1. Trame

Il romanzo narra le vicende di un gruppo di persone nella California di un prossimo futuro.

Bob Arctor è il padrone della casa in cui vivono anche Barris e Luckmann.

Sono dei tossici, assumono la cosiddetta sostanza M, droga di quel periodo detta anche “Morte”, “Lenta Morte”, “Mors Ontologica”.

Le loro vite sono quelle tipiche dei cosiddetti Junkies: “sbattimenti” per rimediare soldi, ore di chiacchiere assurde ed insensate, paranoie, tempo scandito dalle assunzioni di droga, altre paranoie, svaghi e trastulli, disavventure, fatti psicotici sempre più frequenti.

Fred è un poliziotto infiltrato che usa una speciale tuta per proteggere la propria identità; la sua missione è sorvegliare una casa covo di tossici, per cercare di risalire i flussi di Sostanza M fino a scoprire qualche fornitore importante o addirittura la misteriosa origine della droga. Nessuno conosce l'identità di Fred, neanche la polizia, poiché egli è anche uno dei tossici della casa e deve proteggere il suo stato incognito: in pratica egli sorveglia sé stesso.

 

Bob Arctor si vede con una certa Donna, da cui è attratto ma da cui deve comprare una grossa partita di droga per proseguire la sua indagine (e per drogarsi egli stesso). Barris è alle prese continuamente con vicende surreali al confine della paranoia: strampalati (e presunti) sabotaggi, teorie del complotto, progettazione di marchingegni improbabili, metodi per rimediare soldi, sesso e altra droga.

Luckmann è ai confini della psicosi mistica per il consumo di Sostanza M.

Accadono molti fatti strani nella casa e nel gruppo si diffonde il sospetto che ci sia una spia, un sabotatore, un sorvegliante: Barris agisce in maniera incomprensibile ed alterna lunghi e saccenti sproloqui pseudo-dotti ad atteggiamenti inquietanti nei confronti degli altri.

Bob Arctor è Fred ma non può dirlo a nessuno: quando si reca nelle centrali di sorveglianza rivede la vita propria e degli amici in un atto profondamente dissociante, in differita, dietro uno schermo che separa due realtà in maniera sempre più netta.

Il gruppo ha inoltre perso di recente uno dei suoi membri: Jerry, precipitato in un abisso psicotico di parassitosi allucinatoria, manie suicide, profonda dissociazione, misticismo, definitiva pazzia.

Nei discorsi del gruppo si fanno sempre più frequenti le paure del destino che li attende: pazzia, reclusione in uno degli ambigui centri di recupero, morte violenta, arresto.

La Sostanza M provoca uno progressivo stato di dissociazione della personalità disconnettendo psichicamente e fisicamente i due emisferi del cervello fino a deteriorare gran parte delle capacità mentali dei soggetti e creare doppie realtà che confondono i sensi e le azioni.

Bob / Fred interagisce con Donna per ottenere partite di droga sempre più grandi, che lei sembra poter ottenere con facilità; nel frattempo perde il contatto tra le sue due identità e si osserva dall'esterno sospettando sempre di più che l'altro sé stesso sia un pericoloso trafficante.

Il fatto che Fred indossi la cosiddetta Tuta disindividuante non aiuta: questa è un velo che avvolge come una seconda pelle e che mostra tramite proiezione una combinazione sequenziale di aspetti “probabili” estratti da una banca dati: i poliziotti la usano tra loro per non compromettersi, ma questo causa una impossibilità di riconoscersi e di rimanere ancorati alla propria identità.

Fred viene visitato dai medici del dipartimento di polizia che rilevano in lui il grave progredire degli effetti della droga che è costretto ad assumere durante la sua missione: egli potrebbe solo fingere di assumerla in realtà, ma non ci riesce.

Fred /Bob è affezionato ai suoi amici tossici: per quanto riesca ancora a percepirne lo stato di illegalità e di pericolo è anche consapevole della società in cui essi vivono ed in cui cercano sollievo con l'alienazione tossica; un mondo di plastica ed immagine, di finzione e consumo nel quale essi non sono che poveri naufraghi.

Il rapporto con Donna procede: i due si affezionano anche se Bob è sempre meno presente poiché scivola in stati percettivi in cui le diverse realtà si sovrappongono e confondono, finché egli non decide di uscire dalla missione e disintossicarsi, prima soprattutto che Fred abbia abbastanza prove da incastrare gravemente Bob. Tra l'altro Donna è un agente federale e sta usando Bob per un'altra missione.

Ormai ridotto ad un involucro di carne completamente svuotato Donna lo accompagna in una delle comunità di recupero di cui si è parlato e su cui girano strane storie: i criminali le usano per ripulirsi le fedine penali e sparire dalla circolazione, si dice che ai tossici succedano brutte cose eccetera, molti non ne escono più.

Mentre Bob è dentro, si scopre quale fosse la vera missione che egli stava conducendo inconsapevolmente e per la quale era previsto che egli si compromettesse definitivamente: scoprire un pericoloso giro di terroristi che con l'aiuto della Sostanza M cercherebbero di destabilizzare la società americana e scoprire il segreto delle comunità di recupero e della produzione di droga.

Bob è devastato dalla droga e dal ricovero: le sue personalità cancellate e sostituite, la sua vita ridotta a carne vuota e viva da reinserire nel processo produttivo (della droga) da un altro lato.

*

2. Stile.

Colpisce duramente il lettore del primo Dick ritrovarsi in un'atmosfera (post)moderna già molto fuori dalla fantascienza di exploitation di venti anni prima, tutta carta stagnola, pistole a raggi, astronavi e viaggi spaziali. Approda pesantemente sulla terra quest'opera e getta le basi per la moderna science-fiction che sarebbe arrivata nel giro di qualche anno: metropolitana, umana e post-umana, tossica, psichedelica, libertaria, decadente, noir, sporca.

Lo stile è a volte quello leggermente verboso ed intricato della letteratura (post)postmoderna: le interiorizzazioni inserite nel narrato senza discorso diretto virgolettato o corsivo, i disinvolti cambi di punto di vista, i “ralenti” descrittivi sul particolare in maniera quasi ossessiva (assonante con i fatti psicotici dei personaggi), l'uso di citazioni letterarie (spesso misteriose), l'intromissione di citazioni di testi scientifici, le divagazioni al limite della schizofrenia. È un romanzo moderno e modernista in senso americano del termine: la pasta materica è quella del consumo di massa, i luoghi quelli della società americana/californiana delle highways, delle zone commerciali e di quelle residenziali degradate (palazzoni, oppure casette di plastica).

L'attenzione ai temi della contemporaneità travestiti da fantascienza, la presenza di argomenti relativamente nuovi al di fuori delle ridicolizzazioni di certa narrativa di (basso) genere, la relativa novità del punto di vista della narrazione (che tuttalpiù farebbe pensare alle opere “indie”, al mondo della fanzine, alla microletteratura all'avanguardia da reading nei localini).

È la lingua il fattore più scioccante dell'opera ed è una lingua che riesce a caratterizzare pesantemente la visualizzabilità della narrazione. Per quanto estreme e visionarie, ho sempre visualizzato le opere di Dick in base ad una certa estetica anni cinquanta e sessanta di plastiche lucide, alluminio, raggi laser, monitor-oblò, uomini medi in giacca e cravatta o in strane tute da viaggiatore spaziale. Un'estetica alla “Twilight Zone”, tipica di una fantascienza che spesso raccontava cose assurde accadute a persone normalissime, che siringava l'assurdo nelle normali vite del “mister nine-till-five” americano degli anni cinquanta e che cercava di collegare i due mondi (quello fictional e quello reale) tramite l'inserimento di dettagli della quotidianità tirati a lucido in occasione del futuro: penso a Bradbury e Matheson, penso al cartone animato “The Jetsons” (i pronipoti); era ovvio che nel futuro una normale famiglia americana consumasse un normalissimo breakfast e si scapicollasse per andare a scuola e al lavoro: la differenza sarebbero stati i robot, il cibo in pillole, le macchine volanti eccetera. Stessi argomenti, lingua diversa.

La lingua di “Un oscuro scrutare” è ciò che fa di Dick il Caronte tra due fasi di certa narrativa americana (un pugno di anni anni dopo ci saranno i Cyberpunks, “Transmaniacon” di Shirley è del 1979), vedere questa trasformazione in Dick, questa disinvolta evoluzione che lo porta ad entrare nella letteratura contemporanea con improvvisa naturalezza è sorprendente, considerando anche che nel 1977 Dick ha praticamente cinquant'anni.

Il linguaggio è appropriato all'ambientazione: il mondo californiano di coloro che “sono rimasti indietro” ai margini della società in un ambiente simile a quello della cultura surf e garage di cui parleremo più avanti. C'è turpiloquio, sessualità esplicita, violenza verbale, decadenza e nichilismo; il mondo dei consumatori di droga e delle loro routine è descritto con linguaggio competente, da interno, da sperimentatore: non come lo descrivevano per esagerazione compiaciuta gli scrittori di genere o “per sentito dire” certi altri narratori che ben lungi dall'essere “cattivi ragazzi” immaginavano il linguaggio dei tossici prendendolo dalla televisione, dalle conferenze di associazioni filantropiche, dai dispacci della polizia. In questo senso è un romanzo “infiltrato” perché proprio come un bravo agente in incognito si cala così profondamente nel ruolo da non essere più distinguibile il suo essere finzione. La bravura con cui Dick rende le assurde questioni di questa gente “imparanoiata”, le loro chiacchiere al limite dell'assurdo, le loro attività scombinate e senza senso, gli stati maniacali che insorgono (come le parassitosi allucinatorie), il focus tossico delle loro giornate è la bravura di uno scrittore e di un utilizzatore di sostanze e di un appartenente a quella subcultura: non un “tossico che ha scritto libri” e nemmeno “scrittore che ha provato droghe come ricerca sul campo”, ma uno scrittore ed un drogato.

C'è la sporcizia delle case, i corpi che malfunzionano, i cervelli che friggono, le deiezioni degli animali, i lavelli pieni di piatti incrostati, i parassiti, le disfunzioni sessuali, le relazioni intossicate, le istituzioni corrotte ed ambigue e per raccontarlo ci vuole una lingua adeguata che venga dalla strada ma che sia letteraria, per uscire dalla narrativa di genere ed essere comprensibili senza essere concilianti, poiché il borghese che avrà in mano un libro del genere riuscirà a leggere la società in cui vive meglio di qualunque benpensante che ascolti ad un pubblico dibattito qualche cittadino preoccupato (magari vicino ad una congregazione religiosa) di sicurezza, beneficenza, decoro urbano.

*

3. Società interna all'opera, contesto esterno

Leggo in “Un oscuro scrutare” una società molto simile alla California degli anni settanta, per lo meno come la conosciamo attraverso il buon cinema, la letteratura, i documentari, le testimonianze delle controculture e delle culture di strada di quel periodo. L'opera è del 1977, quindi in anni di riflusso e di fughe: ritorno al sé dopo la stagione dell'amore dei tardi sessanta, caduta nella droga (“epidemia” la definiscono a volte, più che altro riferendosi all'ondata di crack che arriverà di lì a poco), di cedimento alle spiritualità più esotiche o bizzarre (tra cui un famoso culto ufo-imprenditoriale californiano o certi pseudo-orientalismi estremi).

È una California in pieni anni di piombo: la società piccoloborghese e benpensante sempre più esigua, spaventata ed asserragliata tra casa e tv, bombardata dalla propaganda anticomunista ed antideviante, in crisi finanziaria, culturalmente devastata, divorata dalla società dello spettacolo.

Una California pericolosa come ce la fa intuire Dick (gli stupri continui alle donne), e come la vediamo da certi film di tendenza non certo progressista (i polizieschi californiani tra gli anni sessanta e settanta, “Callaghan” e altri, telefilm compresi).

Ma soprattutto secondo me una California livida, decadente ed in cui la società dello spettacolo è la società dello sfruttamento di classe in cui milioni di persone mantengono il benessere di miliardari irraggiungibili nascosti in ville faraoniche mentre nei bassifondi la gente crepa di fatica o criminalità.

Vorrei citare alcuni esempi cinematografici che penso rendano l'estetica di cui parlo: “L'assassinio di un allibratore cinese” di Cassavetes, una California in mano alla malavita, locali sordidi, retorica del bravo cittadino al collasso finanziario che cede alla violenza; la trasposizione differita de “Il lungo addio” di Raymond Chandler fatta magistralmente da Robert Altman: una California di ville e locali favolosi in cui il cittadino comune può vivere degli avanzi, come lo stesso Marlowe, o tentare il grande colpo di mano e prendersi con la forza la chiave del bel mondo, come Lennox, ed in cui miliardari al limite del divino vivono consumandosi nel vizio tra teli mossi dalla brezza marina, bottiglie costose, ricchezza e lussuria; una California raccontata in maniera desaturata, sbiadita, urbanamente Jazz, depravata, edonista e vuota.

L'atmosfera socioculturale del mondo descritto (seppur travestito) da Dick è questa: le strade invase di droga e violenza, il degrado ed il nichilismo hanno devastato le vite delle persone, la società istituzionale americana è impotente contro i mega-trafficanti (forse connivente) che nell'opera si riveleranno poi essere gli stessi disintossicatori, ma nella realtà quelli furono gli anni dello strapotere dei cartelli sud e centroamericani della cocaina, letteralmente il carburante della Los Angeles degli anni settanta e ottanta; l'allusione dell'autore al fatto che sia la stessa società dello psico-annientamento con le sue ramificazioni a gestire tutta la filiera della disumanizzazione (produzione, consumo, morte, riuso come lavoro o trasformazione in fertilizzante sociale, cioè in figura/spauracchio utile alla propaganda) è piuttosto avvincente e radicata nella realtà: il monopolio pseudo-religioso delle attività di disintossicazione in America (e altrove) dove si sostituisce il dio alla sostanza, si demoliscono i residui di personalità eccetera.

La condizione della donna trova una spaventosa per quanto esilarante ed efficace trasposizione nell'opera. Non viene mai detta la parola “donna” (se non per il fatto che un personaggio si chiami Donna, ma è un dettaglio post-traduzione praticamente) ma sempre l'espressione “pollastrella” (“chick”): “chick” è un termine da rivistina, da night-club, da chiacchiera al bar sulle avventure della notte precedente; l'insistenza con cui viene usato annulla completamente la figura femminile dal mondo in cui si svolge l'opera, esagerando un aspetto della vita reale che sicuramente era vigorosamente in corso in quegli anni (anni anche del femminismo certo, e Dick è in genere attento alle figure femminili). Sul ruolo della donna nella letteratura che casualmente chiamiamo “di genere” andrebbe discusso (ed è stato fatto in parte) lungamente: sia come autrice che come personaggio interno delle opere; questo atto Dickiano è potente, mi sembra di leggerlo come una provocazione molto forte, per quanto interna ad un mondo prettamente maschile, almeno negli USA e naturalmente senza sapere di preciso quante donne leggessero fantascienza; secondo me poche essendo un mondo nato proprio al maschile e quindi presentando ben pochi stimoli al discorso di genere – salvo poi l'interesse di intellettuali di calibro, ma questo è un discorso a parte poiché l'intellettuale di calibro ha sempre una sua consapevolezza, mentre qui parliamo di letteratura popolare per milioni di lettori, i cosiddetti common people.

Le “pollastrelle” sono quelle che sulle spiagge californiane si ungono al sole, indossano bikini microscopici, agiscono in film ormai mainstream come “Gola profonda” (1972) e sono regine/schiave della Nuova Società dello Spettacolo dove l'osceno ormai è in scena e dove il Sistema martella con la pubblicità il pubblico convincendolo a fare sesso, a desiderarsi, a consumare i corpi propri ed altrui in tutti i modi consentiti ed anche in quelli che non sono consentiti, perché nella società del piacere è tutto consentito compreso l'illecito, très chic se a commetterlo sono i Padroni. La California che fa da attrattore a milioni di ragazze americane in cerca di fortuna nel mondo dello spettacolo senza alcun altro talento che quello che esso richiede: disponibilità a cedere il controllo del proprio corpo. Pollastrelle, dunque: da provare per qualche serata e solo qualcuna ha un colpo di fortuna; per le altre c'è l'abisso dell'anonimato, dello sfruttamento, della droga e poi la morte: stupri, omicidi – quel mondo orribile sicuramente esagerato dall'immaginario cinetelevisivo poliziesco ma in qualche modo radicato nella realtà metropolitana di un luogo pieno di esempi dell'umanità peggiore come la Los Angeles degli anni settanta, un luogo in cui o si ha l'implacabile moralità retrò del Marlowe Altmaniano, e cioè il il coraggio e l'integrità di avere ancora un cuore seppure un po' indurito e di assumersi la responsabilità di un atto estremo, oppure si è carne da macello, bestie da divorare in un'orgia di sangue e coca.

Sono donne-mucca da party in bikini sulla spiaggia, donne-pollo petto o coscia, donne che cercano la propria occasione di farsi oggetto perché il sistema le ha fatte così e Dick lo racconta con una sola geniale trovata lessicale che è tutt'altro che invenzione ma solo riferimento drammaticamente aderente al reale.

Gli intellettuali alla moda, le star del cinema, il mondo della finanza, la droga, la violenza, il delirio il misticismo ambiguo, le pulsioni sfrenate, una pseudocultura troppo permissiva, l'edonismo individualista: la società californiana è contemporaneamente Sharon Tate e la “Famiglia Manson”, il disincanto di Hunter Thompson, le ultime estati felici dei ragazzi e la cultura surf di “Un mercoledì da Leoni”, la plastica di Disneyland, lo champagne di Hollywood, le ville in collina e le casette dei poveracci, la cultura garage, le nottate Bukowskiane: William Holden in “Sunset Boulevard” (di Wilder, primi cinquanta) e Sterling Hayden in “Il lungo Addio” (di Altman, primi settanta) sono forse lo stesso personaggio della stessa America ed il secondo è la paradossale conseguenza del primo: un mondo che stava morendo e poi un mondo che è morto ma ancora non lo sa; e come nel romanzo di Dick si agita ancora in un rictus post-mortem, uno spasmo bioelettrico di un corpo che ancora si muove ma che ha il cervello disfatto di un cadavere – come una pollastrella che continua a scuotere il corpo anche quando ha la testa tagliata

Trovo molto della cosiddetta scena Freak in quest'opera e di quella subcultura oltre quella della contestazione, includente artisti e personaggi ben oltre ogni etichetta, popolari nei campus universitari e nei ritrovi non troppo alla moda tra Los Angeles e San Francisco, spesso intrecciata con la cultura dei drogati, dei drop-outs, di tutti coloro che rifiutano il sogno americano preconfezionato – una sorta di “Ala creativa” che collega Frank Zappa a Gilbert Shelton (il fumetto “Freak Brothers”) passando per certe mistiche demenziali o complottiste (R. Anton Wilson de “La trilogia degli illuminati”, La “Chiesa del Subgenio”), la stampa underground, il rifiuto del consumo, l'integrazione di parti di umanità che di certo non appaiono in televisione e che spesso sono letteralmente perseguitate (il movimento LGBT soprattutto a San Francisco, l'exploitation afroamericana al di fuori dei movimenti dei diritti civili, troppo militarizzati e gerarchici).

L'ambientazione di “Un oscuro scrutare” come si intuisce anche da una nota esplicativa dell'autore, celebra coloro che “giocarono” con qualcosa di pericoloso (la droga in questo caso, ma anche la libertà, il “power to the people”) ed essuda anni settanta da ogni riga, libertarismo, spirito critico, voglia di socializzare, paura di essere stritolati tra le maglie di una società sempre più asfissiante.

La droga in “Un oscuro scrutare” è solo un'altra forma di consumo. Non c'è più quell'interesse per la psichedelia e per le possibilità di alterazione dei propri stati di coscienza che traspare dal Dick degli anni sessanta. È come se un velo fosse caduto e non fosse più possibile confondersi, caderci senza conoscere le conseguenze. Questo è evidente da un semplice esempio: nonostante lungo la storia si parli continuamente di questa “Sostanza M”, non se ne descrivono mai gli effetti se non in fase avanzata, quando la personalità di Bob/Fred si disintegra e si sdoppia. Nessuno dei personaggi si “fa un viaggio”, racconta cosa si provi, esalti l'effetto di questa o quella sostanza. Il romanzo si apre con una surreale scena di Parassitosi allucinatoria, in genere associata all'intossicazione cronica da cocaina (i cosiddetti “Cocaine Bugs”, “Bacherozzi da cocaina” potremmo dire) una fase paranoide estrema. La scena è divertente fino ad un certo punto, ma è prolissa, si fa sgradevole, desideriamo che finisca, ci grattiamo la testa, ci grattiamo la gamba, ci sembra di vedere qualcosa che si muove sul muro dello studio o sotto le coperte del letto dove stiamo leggendo.

Tutto ciò che sappiamo, e che i personaggi dicono spesso, è che occorre avere sempre una scorta di Sostanza M ed assumerne regolarmente, altrimenti si sta male, si impazzisce senza possibilità di recupero; ma si impazzisce anche se si interrompe l'assunzione. Alcuni mischiano la Sostanza M con altre droghe, ma non ne conosciamo gli effetti. È come se avessero un timer dentro e fossero costretti ad ingurgitare pillole o ad iniettarsela come fosse un composto vitale che faccia parte naturalmente dei cicli vitali umani; ma quanto è diverso dal dover uscire per trascinarsi in un centro commerciale, in giro per locali ed eventi, per commissioni e faccende? Dick sa benissimo che un tossico ha una dipendenza, ma ne ha una sola: soddisfatta quella è felice, non ha nessuna altra necessità; e poco importa che questa felicità sia una felicità “non negativa” cioè il non sentire il dolore dell'astinenza più che il provare autentico piacere. Il vecchio Dick avrebbe celebrato gli effetti delle droghe psichedeliche persino nei loro aspetti più pericolosi (la pazzia: anzi avrebbe celebrato i pazzi da acido come nuovi profeti visionari, vicini alla vista del dio); questo Dick, più vecchio dei ragazzi che si sballano in quelle case disastrate, non si diverte più, non ha più alcun beneficio dal drogarsi e forse si è anche reso conto che non ne ricava più alcuno stimolo creativo.

In effetti questi drogati dickiani sono in grado di svolgere solo poche semplici funzioni vitali: procurarsi altra droga, pensare alla droga, aspettare la prossima assunzione di droga, rilassarsi tra una dose e l'altra: incapaci di creare riescono solo a frugare trai rottami in cerca di qualcosa di convertibile in denaro. È ben lontano dall'epifania tossica della fantascienza di pochissimi anni dopo, quando ormai i cyberpunks celebreranno l'alterazione della psiche (e dei corpi) come un fatto congenito della nuova umanità, ma è quest'opera che fa da ponte: dando il via ad una certa estetica “scrap” (rottami), raccontando la droga come un fatto normale, narrando la mente che si disfa e basta, senza andare da nessuna parte, lo stordimento come sollievo dal dolore di esistere, e la coscienza che esce dal corpo; non un'opera che metta in allerta contro i pericoli delle droghe, ma un ricordo affettuoso degli ultimi, di quegli Ultimi che sono ancora più Ultimi degli Ultimi biblici, ulteriormente Ultimi per il fatto che oltre ad essere vittime del sistema siano anche ostinatamente brutti sporchi e cattivi e che quindi amarli sia ancora più difficile, ma forse sia una prova necessaria a cui la Fantascienza debba sottoporsi, uscendo dai laboratori e dagli zainetti dei secchioni e finendo su tavolini di vimini accanto a lattine, cartine, banconote arrotolate, cucchiaini bruciacchiati, resti di cibo su piatti sporchi, ditate di sostanza indicibile spalmata sul divano, pile di dischi, di paperbacks di poesia.

La Sostanza M, la Lenta Morte è “Mors Ontologica” morte del sé: ma non è forse quello che già subiamo ogni giorno con le nostre interiorità strappate brano a brano dalla pubblicità, dalle rockstar, dal desiderio di trasformarci nelle personalità che vediamo dietro gli schermi? La Lenta Morte non è forse quella iniziata il giorno che siamo nati?

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4. Un Futuro low-tech

Nella narrazione ha un ruolo importante la tecnologia, anche se essa è sorprendentemente analogica e tutt'altro che spettacolare. Non ci sono computer, memorie, olo-cose e cyber-cose: tutto è orientato alla sorveglianza audiovisiva, ma su nastro – Bob/Fred siede lungamente davanti ai monitor a scorrere avanti e indietro i nastri. Ci sono le audiocassette, i dischi, automobili convenzionali, rottami e nient'altro. È tecnologia del potere, della sorveglianza e soprattutto del complotto, come il sistema di invio di messaggi segreti tramite le frequenze radio convenzionali – quasi a volerci far credere che ogni trasmissione dei media a cui assistiamo contenga nascosti saluti ad associazioni segrete e disposizioni subliminali al pubblico degli schiavi, come poi racconterà Carpenter, ma di cui persiste ancora la convinzione nel milieu complottista.

E poi naturalmente c'è il Cefalocromoscopio o Cefoscopio: un misterioso congegno con cui gli abitanti della casa erano soliti rilassarsi, ma che si è rotto, forse per via di un sabotaggio. Cosa sia di preciso non viene detto ma dal nome ci sembra sia un oggetto di tecnologia un po' retrò, come si userà spesso in seguito in certa letteratura (fino ad arrivare al genere Steampunk, una sorta di retro-futuro che si ispira a Wells e Verne). Ci sembra di capire che il Cefoscopio sia un gingillo con cui alterare le proprie onde cerebrali o procurarsi qualche forma di piacere meditativo – forse con un certo tasso di assuefazione: forse è una qualche techno-droga consentita con cui l'americano medio possa abbrutirsi fin dove la televisione non arriva, forse è proprio una mega-televisione totalitaria che ti innesta la pubblicità direttamente nel cervello assieme a scariche di piacere.

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5. La spaventosa tecnologia dello specchio.

Non ci sono computer favolosi e congegni strabilianti nell'opera se non la cosiddetta Tuta Disindividuante, il dispositivo di travisamento usato dai poliziotti in incognito per non riconoscersi tra di loro in centrale e proteggere le loro identità per le rispettive missioni.

La Tuta Disindividuante è uno strato di speciale tessuto che avvolge interamente il corpo e che mostra come uno schermo assemblaggi generati elettronicamente di altre fisionomie attinte da una banca dati, combinandole in base a vaste probabilità di modo che non possano mostrare, se non dopo molto tempo, la stessa combinazione. Le immagini cambiano velocemente, quindi a volte vedere qualcuno che le indossa è come vedere lo sfarfallio di uno schermo un po' rotto su cui il canale perda continuamente la sintonia nei confronti dei canali contigui. Paradossalmente in alcune occasioni è persino possibile intravedere proiettati i veri lineamenti dell'uomo che le indossa. Idea veramente interessante dell'autore, la Tuta gli occorre per creare ancora di più il senso di frantumazione dell'identità degli abitanti di questa stana società: se è un fatto risaputo che il poliziotto infiltrato per lungo tempo rischia di immedesimarsi eccessivamente nel criminale che interpreta, in questo modo egli non può mai ritornare alla propria identità; quando ha la propria faccia è il criminale, quando indossa la tuta è il poliziotto e così la vera faccia della vera persona egli non può più vederla nemmeno allo specchio e nessuno può più riconoscerlo e quindi confermarne l'esistenza. In questa società riconoscersi è l'unica salvezza, circondati come siamo di schermi, cartelloni pubblicitari, immagini di volti che ci dicono come dobbiamo essere. Lo specchio è un tema classico di certa letteratura e l'essere umano da sempre ha lo specchio come unica possibilità di vedere il proprio volto (quindi in un certo senso conosce meglio l'aspetto dell'altro da sé). Se anticamente gli specchi erano di metallo levigato e quindi distorcenti e quindi ispiratori di ipotesi fantasiose ed interessanti sul doppio sé, sull'altro sé, sul mondo riflesso (che abbiamo sempre il dubbio si tratti del vero mondo essendo il nostro quello riflesso), lo specchio della modernità è preciso e realistico, duplica in maniera esatta l'esistente, sembra avere come confine la propria cornice ma ha una bizzarra fisica (ottica) interiore misteriosa, moltiplica come la copula il numero degli uomini (Borges) ed è il fondamento (tecnico e logico) di tutta la tecnologia di immagine della modernità (e dell'antichità): l'arte figurativa, la fotografia, il video, la sorveglianza, la duplicazione del mondo in genere: non è forse il televisore uno specchio che mostri come noi ed il nostro mondo dobbiamo essere? Lo specchio moderno intrappola poiché ci mostra come non possiamo non essere, ci impedisce di pensarci in altro modo e ci impone il dubbio di essere noi l'altro riflesso: porta e abisso, piatto e profondo, mondo e immagine del mondo. “Un oscuro scrutare” e molta altra narrativa Dickiana è un gioco si specchi che si frantumano e frantumano la realtà che riproducono, la intrappolano, ma la liberano in nuove possibilità di configurazione. E se l'occhio è uno specchio, e lo specchio dell'anima, un oscuro scrutare è di occhio in un occhio, uno specchio di fronte ad uno specchio di cui non sappiamo quale dei due rifletta prima dell'altro ed in mezzo ai quali può forse crearsi un metaverso aperto ad ogni possibilità ben oltre le realtà convenzionali.

Eppure in questo caso l'unica possibilità rassicurante dello specchio: confermarci che esistiamo (anche se come sappiamo i vampiri non vengono riflessi dagli specchi) è negata dalla tuta disindividuante: ci fidiamo dello specchio, ci mettiamo davanti ad esso ed esso ci dice che siamo qualcun altro, molti altri, non sappiamo chi. Specchio inteso anche quindi come spiarsi, come sorveglianza, come occhi segreti che ci scrutano e che si scrutano. Specchio-abisso e specchio moltiplicatore, poiché in fondo quando la Sostanza M separa definitivamente i due emisferi del nostro cervello si vengono a creare due “io”, speculari, forse capovolti reciprocamente, con il dubbio che la separazione sia anche stata in senso positivo/negativo e vero/falso: ma la sorpresa che ne riceviamo seguendo le vicende di Bob/Fred è che entrambi paradossalmente sono lo stesso “io”, solo sdoppiatosi passando attraverso lo specchio/prisma; dubbio eliminabile solo ad un funerale ebraico dove gli specchi della casa vengono coperti.

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6. Temi

Sono quindi questi i temi dell'opera: la sorveglianza, la paranoia, la disgregazione dell'identità nella società del consumo e dell'annientamento, la sconfitta della società nei confronti di una tossicodipendenza che essa stessa produce e quindi la sconfitta della società nei confronti di sé stessa; si parla di persone di cui difficilmente la letteratura aveva parlato precedentemente, almeno con gli stessi termini. É un romanzo in pieno riflusso, se vogliamo – sull'onda lunga infranta degli anni della contestazione e delle grandi speranze per il futuro, distrutte dalle pillole, dai centri commerciali, dallo sfruttamento dei corpi. È un romanzo politico a suo modo, realistico, crudo, impegnato; lontano dalle distopie spazio-temporali, dalle avventure esotiche, dai grandi temi e dai massimi sistemi; è finalmente un romanzo di strada e sulla strada, disinvolto, amareggiato ma pieno di rispetto per coloro che la società ha lasciato indietro senza possibilità di recupero, poiché non hanno più nulla, neanche la possibilità di dirsi “io”.

Parla dell'ambiguità del sistema degli infiltrati, che aveva devastato i movimenti del ventennio precedente, parla dell'ipocrisia benpensante e forse della santità di quelle anime sensibili che non sono in grado di sostenere il peso della società – santi tossici e pazzi, bellissimi e vivi, tormentati, già morti, infelici, brutti, cattivi ma trasparenti, puri come bambini, bisognosi più di ogni altro dell'amore di qualcuno, di poesia e di arte, di essere protagonisti di qualcosa.

Un romanzo moderno nella sua conclusione senza catarsi, aperta semplicemente alla prosecuzione dello stato di cose: prenderanno i federali Barris il terrorista? Scopriranno l'origine della droga? Ci sarà ancora in quel corpo svuotato abbastanza Bob Arctor da riuscire a consegnare il messaggio di quella scoperta nella comunità di recupero dove si coltiva la pianta da cui si prepara la Sostanza M? Il suo sacrificio involontario sarà valso a qualcosa?

La società riuscirà mai a mutare, ad aprirsi, a diventare quel mondo futuro ingenuo e “normale” di cui Dick parlava vent'anni prima?.