Kurt Vonnegut – La colazione dei campioni (Breakfast for champions o Goodbye Blue Monday!, 1973)

di Paolo ARENA

1. La storia.

2. Lo stile, il contesto.

3. Temi.

4. L'autore ed il suo stile: la rivoluzione è un atto di ironia.

 

 

1. La storia.

Dwayne Hoover è un imprenditore della provincia suburbana americana: nella sua cittadina (Midland) possiede molte imprese: una rivendita di automobili, una serie di fast-food, un motel in franchising, un'attrazione per turisti. È un uomo che invecchia e la cui vita vissuta nel culto americano della produzione, del profitto e del consumo perde progressivamente senso.

Kilgore Trout è un prolifico scrittore di fantascienza la cui opera è disseminata in un'infinità di pubblicazioni mai autorevoli, spesso pornografiche, ancor più spesso non retribuite, irrintracciabili dallo stesso autore. Vive istallando infissi isolati ed è ben oltre le soglie della povertà.

 

Un giorno Trout (che vive nella metropoli New York, dove l'umanità si manifesta in ogni sua forma, da quella irraggiungibile del bel mondo a quella del cosiddetto uomo della strada, inclusi gli stranamente normali “common people”) riceve un invito per il “festival delle arti di Midland City” organizzato da un certo Elliot Rosewater, la cui grafia ricorda a Trout quella di un bambino, forse un lettore di fantascienza che ha convinto i suoi genitori ad organizzare un festival per incontrare il proprio beniamino (in realtà Rosewater è un miliardario).

Trout decide di offrire una performance esemplare a questo festival, convinto di poter scioccare quelli che lui immagina tranquilli borghesi di provincia portando loro un assaggio della vita degradata dei bassifondi urbani e la parola incendiaria di uno scrittore profeta – così come nelle sue opere aveva spesso cercato di dare messaggi ammonitori all'umanità (salvo poi finire edito su paginette di fondo di rivistine oscene che in copertina promettevano ben altri contenuti).

Hoover vaga per la sua città in preda ad uno stato di amnesia psicotica, in equilibrio sulla propria precaria sanità mentale ripercorre i luoghi della sua vita e del suo successo economico, per altro coincidenti: egli ha anche un'amante, la sua segretaria, ed un amico-sottoposto Le Sabre, segretamente un travestito; i suoi affari vanno ormai avanti da soli, nessuno sembra aver bisogno di lui, è in rottura con i resti della sua famiglia (un figlio pianista omosessuale, che lui avrebbe voluto nell'esercito), tutti lo considerano ormai uno svitato. Le letture di certi romanzi di fantascienza inoltre gli hanno messo in testa strane idee, che a causa del suo stato mentale non sembrano più appartenere al mondo della finzione romanzesca.

Il viaggio di Trout verso la cittadina è avventuroso e strano, umanissima parodia di certe epiche “on the road” americane ma non per questo meno intriso di poesia. Egli viene rapinato, conosce strani individui, si interroga sul senso della sua professione artistica e sul senso della vita; rivive in parte le proprie storie da protagonista, interroga curioso altri naufraghi del sogno americano solo per scoprire che nessuno sembra avere un'idea precisa di ciò che esso sia.

Un terzo protagonista è poi sulla strada del festival delle arti: l'io narrante, lo scrittore che per sua stessa ammissione ha creato questo mondo-romanzo ed i suoi abitanti, pur non riuscendo ad averne il controllo assoluto; egli sta andando a rivelare a Trout ed Hoover un fatto importante.

Dwayne ha letto il libro di Trout “Ora si può dire”, che consiste in una lettera del Creatore dell'Universo all'unico vero essere umano del creato, in cui gli rivela appunto questo fatto che tutte le altre creature attorno a lui sono in realtà robot, tutti gli eventi accaduti e da verificarsi sono programmati per essere messi in atto in sua funzione; Hoover è vulnerabile a questa narrazione e la scambia per vera.

Al termine del viaggio di Trout (in autostop) e di Hoover (un viaggio interiore più che altro) i due si incontrano ed incontrano lo scrittore narrante; la trama si risolve: la pazzia di Hoover esplode, il messaggio dello scrittore è consegnato: egli rivela a Trout che Trout stesso si tratta solo di un personaggio inventato ma che qui ed ora riceve per mano dell'autore il dono del libero arbitrio e della consapevolezza.

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2. Lo stile, il contesto.

Leggere Kurt Vonnegut è sempre leggerne contenuto e forma indissolubilmente collegati.

Ben lontano da certe avanguardie spesso contorte ed autoreferenziali, Vonnegut fa della chiarezza un'etica: scrive per essere letto ed essere compreso ed essere sicuro di poter dire ciò che vuole venga ascoltato. Chiaro, composto, dialettico, onesto: persino nei passaggi più intricati delle sue opere, dove spesso le trame si complicano in mezzo a paradossi temporali, multidimensionali, metanarrativi occorre tener presente che non c'è mai l'intento dello scrivere oscuro, ma che anzi è un trucco, un espediente per perdere il lettore e poi ricondurlo per mano al filo, mostrargli come sia nella finzione che nella vita vissuta spesso le complicazioni siano inutili, siano sovrastrutture dei semplici fatti della vita di tutti gli uomini di tutti gli universi possibili.

Per ottenere questo effetto Vonnegut usa uno stile di scrittura ed un registro linguistico a dir poco confidenziali: parla spesso direttamente al lettore, alterna citazioni, riferimenti diretti, spericolate metanarrazioni, periodare sincopato diviso persino da ampie spaziature, disegni, spezzature al limite del verso, canzoni, musicalità, divagazioni e storielle.

Il vocabolario è semplice, fantasioso, ricco ma popolare, scevro da tecnicismi (se non funzionali a creare stupore, disorientamento) e non evita un uso garbato e mai gratuito di sconcezze e coprolalia, ma con un fine liberatorio, “umanista” nel senso di spogliare la carne del divino e raccontare la vita nelle sue funzioni più basilari; fa uso di questo vocabolario con indole gioiosa ed infantile, rivoluzionaria.

Non sublima mai il nocciolo della questione, persino di fronte all'orrore assoluto (come si vedrà in “Mattatoio n.5”) e mai indora la pillola quando deve dire ciò che va detto; solo che usa un tono mai sacralizzante, mai di condanna che non sia quella della ragione, esponendo i fatti e le loro conseguenze lasciando al lettore la possibilità di elaborare i dati. In “La colazione dei campioni” ad esempio usa il linguaggio (e soprattutto) il tono della periferia borghese decaduta americana, usandone la materia ed i luoghi e gli abitanti come pasta per la sua storia in cui l'assurdo (metanarrativo) irrompe in questa finta tranquillità e colora di colori sgargianti le vite di individui ai confini di una vita degna di essere vissuta, che si trascinano trai resti della loro società che hanno consumato e da cui sono stati consumati.

La deflagrazione trattenuta dell'antiretorica di Vonnegut ha effetti più incisivi e tutto sommato più devastanti di un attacco su larga scala come usavano certi scrittori più “di strada” o “di cattedra”: limita i cosiddetti effetti speciali usandone con perizia assoluta e non inganna mai il lettore con trucchi del mestiere o facili esagerazioni. È lucido e colto, ma nonostante questo non si impantana nei grandi temi ostentando astruse competenze linguistiche o forme elitarie che verrebbero lette solo nel mondo del fandom o in qualche salottino da letture di nicchia.

È popolare e borghese nel senso buono del termine e non cerca mai di nascondere la sua appartenenza. E proprio da buon intellettuale borghese americano parla delle cose che conosce, racconta storie, esprime liberamente la propria opinione sul mondo di cui è cittadino attivo, è lontano dagli stereotipi della controcultura (praticamente arriverà a dire di aver fumato uno spinello solo una volta in compagnia dei Jerry Garcia dei Grateful Dead solo perché gli sembrava scortese rifiutare). Questa sua appartenenza gli permette di raccontare la società in cui vive e di esserne ad ogni buon diritto critico, proporre comportamenti, modi in cui i cittadini (americani, nel senso “buono” , toquevilliano, del termine) possano aggiustare da soli l'ambiente in cui vivono – e questo si riflette nella lingua e nello stile, che permettono alla storia di progredire verso la risoluzione finale in cui senza alcun fraintendimento si strizza il succo di quanto letto.

“La colazione dei campioni” è una prosecuzione della società in cui si ambienta, ne è una visione illuminata da neon rotti, disturbata dal frastuono continuo della televisione che passa da un canale all'altro. È scritto in uno stile sarcastico, simpatico, educato, amicale, serio ma non serioso, intelligente di un'intelligenza fertile piena di trovate profonde e leggere perché non c'è niente di male quando si legge un romanzo di fantascienza (o in questo caso della famigerata “satira sociale”) a divertirsi un po' con qualche mortaretto e poi tornare alle cose serie, anche se trattate con leggerezza.

Vonnegut stesso si impegna in prima persona (nell'opera in questione e in altre) facendosi narratore più che senziente, presente, finanche personaggio e coprotagonista del racconto, come se realtà e finzione non potessero più distinguersi, fossero collassate l'una sull'altra invadendosi reciprocamente. In “La colazione dei campioni” infatti l'affetto per certi personaggi un po' derelitti è tale che lo scrittore entra nel narrato e parla con loro direttamente, li rassicura del fatto che pur trattandosi questa di una storia egli avrà cura di loro – lasciando filtrare oltre lo stile la consapevolezza che pur non esistendo alcun dio ogni uomo è creatore di universi e ne è responsabile: si tratti della propria città, del proprio paese o del proprio romanzo – e se l'universo creato ha per protagonista un creatore di (altri) universi, la compagnia non ci mancherà di certo.

Ogni parola, ogni costruzione ci ricorda continuamente che abbiamo in mano una favola, una favola seria.

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3. Temi.

L'opera costruita con una materia appena descritta non può che essere un'opera meravigliosamente attuale, come tutte le storie di fantasia che si rispettino.

Conosciamo un' America disastrata, intatta solo nel suo essere costruita con materiali indistruttibili ma vuota – in cui creature timide si aggirano tenendo strette a sé un fagotto contenente gli stracci della propria esistenza. È un America già in piena apocalisse cognitiva, sommersa dai rottami della società del consumo, costruita per il controllo degli individui e delle loro energie. Motel, centri commerciali, autosaloni, fast-food, grottesche attrazioni per turisti, autovetture che sfrecciano su strade larghe ma che non lasciano scelta di destinazione.

Ma è un mondo dove la grande forza della vita resiste con tenacia, seppure si tratti di una vita e di una forza laiche – vita che altro non è che aggregazione casuale di materia in un universo che ha in serbo ancora molte stranezze tutte da conoscere per il gusto di farlo, di sentirci meno soli.

Non c'è mai una riga di pessimismo in Vonnegut, anche nei momenti di drammaticità più intensa (“così è la vita” ci ricorda spesso). Non c'è mai una fine ultima, l'annientamento è sempre sconfitto dalla meravigliosa stranezza del genere umano, che si ammazza da millenni eppure trova sempre il modo di tirare avanti, fare cose belle, persino di amarsi.

La Società del Consumo Avanzato in cui si ambienta l'opera è decadente, moribonda, popolata di anime sperdute che hanno smesso di parlarsi, che non si riconoscono più e che non sentono di avere nulla in comune – pur avendone in realtà. Gli intellettuali senza compromessi (come Trout, forse una “trota” che va contro corrente?) sono profeti che parlano al vento e che nessuno vuole ascoltare o capire, i cui strali non spaventano nessuno tanto sono lontani dalla realtà telepercepita. Gli uomini che nel decennio precedente l'opera avevano lavorato duramente per il paese accumulando fortune diventano pazzi quando aprono gli occhi, quando l'irrazionale o l'imprevisto irrompono nelle loro vite (esagero a vedere una somiglianza tra Dwayne Hoover ed il ricco imprenditore del “Teorema” pasoliniano?). E quindi si comprende il secondo titolo dell'opera, quel “Odio i lunedì” che suona come il poster motivazionale nell'ufficio di qualche impiegato distrutto dalla routine, annientato da da una sequenza di quotidianità che gli centrifuga via le energie vitali trasformandolo in uno straccio, in un relitto umano – in un pazzo incapace ormai di distinguere il mondo vero da quello “fictional”, incapace di riconoscersi nei propri simili.

I cosiddetti “common people” compensano la militarizzazione delle loro vite nei modi più strampalati: Le Sabre è un travestito, il figlio di Hoover un ex militare pianista omosessuale, la segretaria di Hoover ha una relazione extraconiugale con lui, gli altri parenti fanno business con una grotta “miracolosa” in cui l'inquinamento delle acque crea strani effetti speciali.

Non è meraviglioso questo? Non è un canto di amore all'uguale diversità degli abitanti di questa sfera appesa al centro dell'universo? Per Vonnegut è così. Per Vonnegut è l'essere in fondo tutti un po' matti che ci unisce e per cui dovremmo parlarci chiaramente e dirci quali sono i nostri problemi, darci reciprocamente sollievo dal peso della società che noi stessi abbiamo costruito (convinti da qualcuno certo), dal peso dell'universo dove abitiamo, perché ovunque nell'universo siamo uguali, abbiamo gli stessi problemi e quindi non siamo soli.

E lo scrittore di Fantascienza (l'intellettuale in genere) non è uno scrittore di menu dei ristoranti del futuro, un pazzo profeta: è qualcuno che racconta storie e che andrebbe ascoltato con leggerezza se ha qualcosa di buono da dire, come tutti; è un americano che si realizza tramite il proprio lavoro – come dovrebbe essere. Ma anche lo scrittore di Fantascienza deve stare attento: un giorno potrebbe rendersi conto di essere solo un personaggio, un burattino nelle mani di qualcuno; per questo Vonnegut-autore si fa Vonnegut-personaggio e va di persona a parlargli, a dargli il libero arbitrio.

È un'America messa male, questa raccontata nel libro: si spreca tempo andando in giro per il mondo ad uccidere poveracci, si perseguitano i comunisti, si mettono catene alle menti libere, si spreca quella libertà che ci si è guadagnati sterminando il popolo che ce l'aveva prima. Non si potrebbe fermare tutta la macchina, ridefinire le regole, ripartire con tranquillità, parlarsi, decidere tutti?

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4. L'autore ed il suo stile: la rivoluzione è un atto di ironia.

Kurt Vonnegut nasce nel 1922 ad Indianapolis e muore nel 2007.

Famiglia borghese di buon livello intellettuale, giovinezza tranquilla: si avvia a studi tecnico-scientifici (la cui impostazione rimarrà nell'opera di scrittore: razionalismo, logica, ordine). Parte per l'Europa in guerra, è prigioniero a Dresda durante il bombardamento inglese. Questo fatto lo cambia e lo colpisce profondamente: ci rimuginerà sopra per diverso tempo prima di scriverne.

Al ritorno studia antropologia, lavora in ambito pubblicitario ed editoriale, poi scrive a tempo pieno.

Si fa testimone della società in cui vive ma anche operatore agente dei cambiamenti a lui possibili: interviene, commenta, propone, critica. Diventato suo malgrado un mito della controcultura universitaria non cede mai allo stereotipo, alla maniera, all'esaltazione di essere un mito per molti; si esprime sempre liberamente, con lucidità, con attenzione alle cose dette, contro la guerra, contro la stupidità in cui sa cacciarsi il genere umano, contro l'oppressione dei potenti.

Chiamato spesso a motivare gli studenti durante i discorsi di laurea, è anche speaker pubblico: mette in gioco se stesso su un palco ed incanta gli ascoltatori con discorsi sospesi tra narrazione, opinione, commento sociale, incitamento oppure commenta su riviste e pubblicazioni.

Tranquillo padre di famiglia attraversa la seconda metà del novecento senza cedere a nessuna delle stramberie che lo caratterizzano: ascolta molta musica (di cui è intenditore finissimo), si dà al mondo senza risparmio. In seguito si fa accanito critico sociale prendendo spesso la parola pubblicamente sul governo Bush e sulla deriva violenta e reazionaria che il suo paese ed il mondo stanno intraprendendo di nuovo: scrive su varie pubblicazioni, la sua opinione è ricercata ma lui non cede al populismo, pur rimanendo democraticamente popular.

La sua chiarezza, la sua simpatia, la sua educata risolutezza, la sua apertura al dubbio, all'altro, all'ignoto e persino all'irrazionale (seppure in senso laico) caratterizzano la sua opera nel corso di decenni: dall'attenzione alle problematiche per un mondo sempre più affollato e meccanizzato, alla possibilità che arrivino nuove guerre a distruggerci, alla necessità che la scienza non perda mai la sua etica e degeneri in semplice tecnica disumana; scava con l'innocenza di un fanciullo nell'orrore più grande dell'umanità moderna riuscendo ad ascoltare le ragioni di tutti, persino del Nemico novecentesco per eccellenza.

Presidente onorario (dopo Asimov) del Partito Umanista si batte per un approccio scientifico disincantato e dialettico alla vita ed all'umanità, lasciando aperte le porte all'imprevisto e senza fuggire la tristezza e la morte, ma accogliendole con una certa sarcastica allegria, come fatti naturali, esortando più che altro a non infliggercene reciprocamente.

Libertario, a volte si esprime con un certo rispetto per certe correnti socialiste, come a dire che una minima quantità di stato debba essere quella fatta dai cittadini con le proprie mani e che impedisca a chi perda il controllo di accumulare troppo, di togliere agli altri, di produrre dolore ed ingiustizia; uno stato la cui stupidità sia sotto il controllo del cittadino la cui stupidità sia sotto il controllo dello stato.

È la stupidità il vero antagonista dell'opera narrativa di Vonnegut: quell'ostinata negazione della propria intelligenza che l'uomo sfoggia nei momenti peggiori della sua storia, quello scomodo contrappeso che rischia ogni volta di rendere ogni fantastica nuova scoperta vana, ogni meravigliosa invenzione un'arma, ogni avventura una guerra; Vonnegut si batte contro la stupidità e lo fa raccontando in forma di fiaba la banalità del male, l'assurdità di gettare bombe sulle case, di mandare generazioni di ragazzi ad ammazzarsi tra di loro, di costruire un mondo sempre più stretto ed inabitabile, di fabbricare macchine che ci annientino. Lo fa sempre con ironia; per Vonnegut la rivoluzione è un atto di ironia.

Tra romanzi e racconti a volte di fantascienza, a volte di satira sociale ne ricordiamo alcuni, di cui varrà sicuramente la pena parlare in futuro: Piano Player (1952, Piano Meccanico), The Sirens of Titan (1959, le Sirene di Titano), Mother Night (1961, Madre Notte), Cat's Cradle (1963, Ghiaccio Nove), Slaughterhouse five or The Children's Crusade (1969, Mattatoio n.5 o La crociata dei bambini) considerato il suo capolavoro, opera di stile assolutamente originale che mescola memoria, introspezione, fantascienza spinta, surrealismo ed opposizione rigorosa a tutte le guerre e tutte le uccisioni.